nella società dove lavoravo 10 anni fa “si può fare” era il mio nickname (in effetti alla romana: “sepoffà”) e quando mettevamo i segnaposti il mio recitava “Carlo sepoffà Vaccari”
siamo andati a vedere il film di Giulio Manfredonia e ci è proprio piaciuto: la storia poteva rischiare di essere agiografica, ma resta in equilibro tra l’inevitabile emotività della storia (mi sono scese lacrime più volte) e un po’ di sana ironia portata tra gli altri dall’ottimo Bisio
coraggiosa la chiara presa di posizione a favore della legge 180/78, cosiddetta legge Basaglia, che portò alla chiusura dei manicomi-lager: ai tempi lavoravo nell’animazione per bambini e anche noi lottavamo per l’introduzione degli handicappati (oggi chiamati disabili o diversamente abili) nelle nostre attività, con moltissimi problemi sia con le istituzioni che con le famiglie dei “sani”, e ricordo dunque bene lo scetticismo dei benpensanti e le difficoltà per chi “faceva”
qui trovate il trailer del film, assolutamente consigliabile:
scusate, ma non posso non citare anche un altro mitico “SI-PUO’-FARE!”:
il film mi ha tra l’altro aiutato a ricordare quali sono le cose importanti e a non dare peso a spiacevoli vicende lavorative …
Ho visto il film con mio fratello, diversamente abile. Ha reagito come se, invece che di un film, si trattasse di vita reale, quasi uno dei filmini che qualche volta girano al centro diurno che lui frequenta quotidianamente. E in effetti per lui si trattava di una rappresentazione, forse talmente reale da risultare noiosa, di vicende di vita quotidiana. Il che va a onore del film, ma forse evidenzia anche che oltre a cercare di integrare loro nel nostro mondo di “omologamente abili” dovremmo qualche volta cercare noi di immedesimarci nel loro mondo diverso, per cercare di capirci qualcosa.