“Ma le nuove risorse fondamentali [informazioni e conoscenze] sono regolate da due leggi che spiazzano i concetti e le teorie economiche classiche: non si consumano con l’uso né si perdono cedendole. … L’intera economia poggia sul postulato della rarità dei beni che a sua volta è fondato sul carattere distruttivo del consumo e sulla natura esclusiva o privativa della cessione e dell’acquisizione. Ma trasmettendo un’informazione non la si perde, né facendone uso la si distrugge. Poiché dall’informazione e dalla conoscenza, beni economici primari nella nostra epoca, discende ogni altra forma di ricchezza, possiamo progettare l’emergere di una economia dell’abbondanza, i cui assunti, e soprattutto le pratiche, rappresentino una profonda rottura con il funzionamento tradizionale dell’economia.” (Il Virtuale, op. cit.)
Pierre Lévy più di dieci anni fa già vede la fine delle teorie economiche tradizionali. Questa svolta epocale viene vissuta tutti i giorni nelle nostre realtà: ad esempio l’anno scorso abbiamo dovuto sostenere una lunga controversia per poter distribuire gratuitamente (con licenza EUPL) software sviluppato nel nostro ente. Secondo l’interpretazione amministrativa (mummificata in leggi ottocentesche), la distribuzione di software prodotto nell’amministrazione pubblica viene trattata come la cessione di beni materiali e dunque punita come danno erariale; solo la presenza di normative europee ci ha salvato da una situazione che sembrava senza via d’uscita.
Ovviamente il rilascio di prodotti open source arricchisce l’amministrazione pubblica: infatti, oltre ad assolvere al fine istituzionale di diffondere conoscenza, consente anche di ricevere gratuitamente contributi intellettuali da tutta la comunità di sviluppatori.
il virtuale di lévy e l’economia dell’abbondanza
23 marzo 2009 di vaccaricarlo