la vita semi-romanzata di eleonora pimentel de fonseca, della sua giovinezza nella roma del ’700, il suo arrivo a napoli e l’inserimento nei circoli letterari e politici, le sue poesie – il quotidiano del popolino e della piccola aristocrazia napoletana è raccontato insieme ai fermenti rivoluzionari e agli intrighi di corte
la vita di lenor scorre fino al matrimonio sbagliato e a una serie di lutti che le segnano la vita e la fanno diventare adulta, quando viene poi coinvolta nelle grandi speranze suscitate dalla rivoluzione francese
napoli fa da sfondo al libro, una napoli disperata, pessimista e accattona, dove le nuove idee non cambiano nulla né nella classe dirigente ingessata (preti e nobili) né tantomeno nel popolino ignorante interessato solo al suo quieto vivere di piccoli traffici senza futuro
e la storia corre verso la tragedia, la napoli popolare preferisce preti e borboni alla repubblica, il vecchio andazzo alle nuove libertà, difficili da capire per gli analfabeti … sino al finale – accussì adda i’ – come dicevano i lazzari
“Verso Ponte Sant’Angelo galleggiava il gran mulino delle sue fantasie, fatto di rami e corde. Era attraccato a un pontile per due gomene sfilacciate. Se il padrone avesse voluto, sarebbero bastati una voce, il frullo degli ormeggi e via: il mulino avrebbe preso a navigare, spinto dalla corrente. Magari verso il mare.”
“Forse bisognerà aspettare che queste generazioni di Napoletani man mano s’estinguano … Col tempo le impenitenti legioni si assottiglieranno, si dilegueranno nel Mito: Napoli diventerà una città come tant’altre, civili, della Terra ….”
“Alza gli occhi, verso il mare, che s’è fatto celeste tenero. Come il cielo, come il Vesuvio grande e indifferente. Un piccolo sospiro di rimpianto. Non osa chiedere: vorrebbe, però. Ritrovarli tutti nell’abbraccio di Dio sarebbe bello. Così, invece, cosa rimane? Niente. Il resto di niente.”