gli alberi ne parlano ancora

un affresco africano con la storia di una lunga vita che copre l’inizio e la fine del periodo coloniale – le vite di un piccolo villaggio sono la scusa per raccontare l’africa, il suo rapporto magico con la natura, lo scontro con l’incomprensibile mondo dei bianchi, la fine di un mondo costretto ad indietreggiare davanti alla stupida modernità

i vari personaggi si muovono con leggerezza nella rete di rapporti intrecciati tra le generazioni del villaggio e nel gioco più grande con il resto della nazione e le potenze coloniali

la atmosfere sognanti e piene di sensualità ricordano romanzi come cent’anni di solitudine e il libro lascia in bocca un chiaro sapore di africa con retrogusto di nostalgia

” … a quell’epoca i nostri dei erano dappertutto e i paioli dei nostri stregoni ancora caldi; gli spiriti silvestri ci proteggevano e i giovani non facevano ancora risuonare i canti rituali in modo così diverso. Assanga Djuli poggiava un piede a terra e ne spuntavano fiori; guardava un banano e, davanti ai nostri occhi stupiti, apparivano frutti gialli maculati di nero; i fiumi trasportavano oro e gli uccelli comprendevano il linguaggio degli uomini. Era un’epoca magica in cui gli dei parlavano agli uomini, la parola era scrittura e le spighe di mais d’argento. Era un’epoca gloriosa: ogni africano possedeva ancora una parte di umanità.”

‘Com’è possibile che, con tutto il nostro sapere, non riusciamo a fermare i bianchi?’ chiese.
‘ E’ perché crescono separandosi da tutto,’ intervenne uno stregone di Vogada, ‘crescono e si separano dalle loro origini; crescono e si separano dalla loro terra; crescono e si separano dai laghi e dai fiumi, dal sole e dalla luna. Come volete che si possano ritrovare? Non si sposano con gli astri.’

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