accabadora

ambientato in una sardegna senza tempo, il libro racconta la storia di una bimba che viene “data via” da sua madre e adottata da una donna sola rimasta vedova

la “filla de anima”, come viene chiamata questa forma di adozione, cresce in un rapporto stretto con la sua vera madre e anche la scrittura è asciutta ed essenziale come la terra che ospita la storia – già, la sardegna è la vera protagonista della storia, i personaggi sembrano muoversi guidati dal vento e dagli odori dell’isola aspra dura profonda e senza tempo

nel libro anche il tema complesso dell’eutanasia, della morte cercata e accettata, è declinato con sensibilità all’ombra dell’isola, vera anima della comunità che tira i fili dei personaggi del romanzo

“- Volevo chiederle, a proposito dei disegni che fa Maria … cosa intende esattamente quando dice che dovrebbe disegnare la vera madre?
La maestra rimase interdetta, dallo sguardo più ancora che dalle parole dell’anziana sarta.
– Non mi fraintenda, mi riferivo alla madre naturale, non volevo certo svilire il vostro rapporto…
– La madre naturale, per Maria, è quella che lei disegna quando le chiedono di disegnare sua madre.”

“Come gli occhi della civetta, ci sono pensieri che non sopportano la luce piena. Non possono nascere che di notte, dove la loro funzione è la stessa della luna, necessaria a smuovere maree di senso in qualche invisibile altrove dell’anima.”

“… le aveva spiegato che il ripetitivo schema viario di Torino nasceva da esigenze di sicurezza, perché una città regia non doveva offrire ai ribelli e ai nemici alcun anfratto per nascondersi, ma questo non fece che rafforzare in Maria l’idea che tutte le cose in apparenza troppo lineari non fossero che un’ammissione di debolezza: nessuno si sarebbe preso la briga di disegnare strade così dritte, se non avesse avuto molta paura.”

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Una risposta a accabadora

  1. pier giacomo pala ha detto:

    Libro “Antologia della Femina Agabbadòra”

    LA FEMINA AGABBADORA. IL LIBRO DOCUMENTARIO DI PALA E’ IL CONTRIBUTO ALLA COMPRENSIONE DI UNA REALTA’ CHE SEGNA LA STORIA DELLA SARDEGNA

    L’Antologia della Femina Agabbadòra è un contributo importante nella comprensione di un contesto e di una figura che ha operato in Sardegna per moltissimi anni, ponendo fine all’agonia dei malati terminali, sempre all’interno di precisi codici etici.
    Un lavoro che si lascia alle spalle la narrazione romanzata, la leggenda o il senso del mistero e “aggredisce” il tema, dando voce a testimoni di tutti i generi: figure del quotidiano, letterati, etnografi, uomini di chiesa, magistrati, medici, studiosi, estensori di tesi di laurea.
    Un sorta di contenitore che raccoglie e ordina, raccontando questa figura che ha svolto un ruolo di rilievo nella cultura dell’Isola, ricollegandola alla suo naturale bacino culturale e geografico, il Mediterraneo, dove storie come questa si perdono nella notte dei tempi.
    La fatica è di Pier Giacomo Pala, una sorta di approdo, o meglio, un ulteriore approdo di un impegno che inizia negli anni ’80, fa un ulteriore passo una decina di anni dopo, con la creazione del museo dello stesso Pala, a Luras, nell’entroterra gallurese.
    “Il libro si è in qualche modo costruito da solo – afferma l’autore – nel senso che la realtà ormai consolidata del museo di Luras dedicato all’Agabbadòra ha fatto da riferimento e da traino per approfondimenti e riflessioni, in molti mi hanno cercato per raccontarmi quello che sapevano, avevano visto o sentito. Mi sono accorto che l’interesse cresceva e aveva bisogno di uno sbocco metodologico, per affidare alla storia questa figura nella maniera più rigorosa.” Insomma, si potrebbe dire che il libro rappresenta un’operazione al servizio della verità, della comprensione del fenomeno, del sentire delle persone, della cultura diffusa, uscendo dai troppo facili giudizi, a favore o contro o, al troppo semplicistico collegamento con l’eutanasia.
    Sa Femina Agabbadòra era persona stimata, ma anche temuta, interveniva su richiesta dei parenti o dello stesso malato, arrivava con discrezione di notte, verificava esattamente come stavano le cose, operava senza testimoni, dopo aver tolto gli elementi di religiosità che potevano essere presenti nella stanza. Quindi, abbandonava la casa, con le stesse modalità con cui era arrivata, non percepiva denaro, al massimo poteva accettare qualche piccolo dono. La fine veniva data con l’utilizzo di un martello in olivastro, che lo stesso Pala ha ritrovato ed esposto al Museo, oppure con altre modalità, raccontate nel libro.
    Una personalità forte, che non prestava il fianco al soffuso chiacchiericcio che aleggiava intorno a lei e che, alla luce del sole, era la figura di riferimento per aiutare il parto e altrettanto spesso per dispensare cure agli ammalati. Nella sostanza la sua missione era quella di prendersi cura delle persone.
    L’utilizzo dei verbi al passato non deve far pensare a un tempo troppo remoto: al contrario è storia assai recente, come racconta Michela Murgia nel suo libro dedicato a questa figura e che le è valso l’ultimo premio Campiello, o, ancora, una testimonianza raccolta in confessionale, che fa risalire l’ultimo intervento a pochi anni fa.

    IL LIBRO. “Antologia della Femina Agabbadòra” – Testimonianze letterarie ed orali, ricerche sul campo, riti, tesi di laurea, il martello, la chiesa”, questo il titolo. 330 pagine, con otto capitoli, che vanno dall’etimologia della parola “agabbadòra”, alle diverse testimonianze, alla ricerca di quanto si trova sulla rete, all’editoria che se ne è occupata, oltre, naturalmente una ricca bibliografia. Il libro è corredato da belle foto in bianco e nero, che rappresentano i diversi momenti di questa storia. Sono opera dello stesso Pala. Il costo del libro è di 20 euro ed è edito da Grafidea srl di Perfugas.

    L’AUTORE. Pier Giacomo Pala vive e lavora a Luras, in Gallura. Come ricorda nell’introduzione, la prima volta che sente parlare dell’Agabbadòra è nel 1981 da un amico, che si riferisce ad una donna che ha operato in Gallura. Cerca il racconto degli anziani, si mette sulla traccia dello stazzo dove la donna aveva vissuto e cerca qualche segno di conferma. Lo troverà nel 1993, quando era in corso la ristrutturazione dello stazzo: è il martello in olivastro, accuratamente nascosto. Lo prende e inizia l’avventura del Museo, sempre a Luras (Museo Etnografico GALLURAS). La scelta è di un museo incentrato su questa figura, tematico, nella convinzione che sia più rigoroso approfondire un aspetto della ricca storia della Sardegna, invece che replicare all’infinito, un generico percorso etnografico, con i tanti musei presenti in Sardegna, che spesso rischiano di rappresentare noiose ripetizioni. La scelta gli ha dato ragione, come risulta dai dati delle visite nei musei sardi, dove quello di Luras si contraddistingue per essere in continua e costante crescita.

    http://www.galluras.it
    info@galluras.it

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