la ventisettesima città

un romanzo molto (troppo?) legato alla realtà delle medie città americane, un romanzo disordinato sulle lotte politiche ed economiche sempre al limite dell’illegalità della città di saint louis

il libro non mi è piaciuto, mi è sembrato tirato via, i lunghi dialoghi sembrano copiati da riviste, i personaggi si aggirano nelle pagine e il focus cambia continuamente, mentre il lettore viene annoiato da dettagli inutili e poi colpito da qualche virata pulp assolutamente fuori luogo

franzen si diverte a raccontare interminabili discussioni su confini di contee e città, mentre un (inverosimile) disegno malvagio di insospettabili (indiani??) cerca di prendere il potere – insomma ho faticato a finirlo, la scrittura spezzata dell’autore lascia in alcune frasi intuire una potenziale capacità di scrivere bene, che in questo libro (è quello di esordio di jf) ancora decisamente non c’è

(scopro inoltre, documentandomi su jf per spiegarmi l’antipatia, che ha posizioni vetero – reazionarie su internet, social network, ebook eccetera … un motivo in più per non leggerlo più!)

“Ma in fin dei conti tutte le città sono soltanto delle idee. Si creano da sole, e il resto del mondo le riconosce o le ignora a suo piacimento.”

“Se RC fosse mai stato sfidato a duello all’alba, avrebbe scelto la sua macchina per scrivere come arma. Rat-atat, rat-a-tat. L’alfabeto a dieci passi di distanza.”

“Fece un balzo, si girò a mezz’aria e atterrò già seduto, guardando dietro di sé nel cielo a occidente vuoto mentre il camioncino lo trasportava a est per lasciarlo libero, tra gli altri trenta milioni di indiani che si chiamavano Singh.”

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