ad alta voce

RoversiTi lamenti?

No, non mi lamento.

Mi pareva di sentirti lamentare.

Sarà il vento, il vento, il vento, il vento.

Oppure posso aggiungere:

Cosa hai detto? Parla a voce alta, non ti sento.

Oppure, ancora:

Cosa c’è scritto su questo foglio? Ti prego, leggilo a voce alta, io non lo vedo bene.

Così è. A un certo momento della vita il mondo sembra che diventi, ogni giorno un poco più stretto, più avverso, più nemico. O, se non nemico, un avversario che ti contrasta o che si deve, con fatica, contrastare. O ascoltare, per potersi riparare dai danni. In anni di una comunicazione tecnologica che si esalta ed esulta – precipitando ilare o rumorosa o pericolosa dentro l’orecchio o l’occhio di ciascun viandante è, con sorpresa grande, nella realtà e per la verità, sempre più difficile, complicato, affannoso, sgradevole o pericoloso per tanti motivi, ricevere o darla questa comunicazione, interferita da cento saette di suoni.

Cosicché la tecnologia, e i progressi della tecnologia, sembrano privilegiare piuttosto i giovani prorompenti che i vecchi, o gli anziani compressi dagli anni, ai quali si addicono le gite in gruppo oppure il bastone.

Come fare (cercare di fare) se le cose sono così sistemate? Entrare nel vento del vento affidandosi alla sorte? O sopportare l’unica fiducia all’amico bastone, o al braccio della moglie o dell’amico?

Direi che soprattutto e prima di ogni altra cosa, occorre scambiarsi la voce, scambiarsi lo sguardo e a voce alta le parole. Aiutandosi. Ascoltare, guardare, promettere con volontà, parlare. Così i giovani che sono sulla porta possono sorridendo o quietamente imperiosi, con voce fresca e alta, parlare con te, richiamarti, ascoltarti, non lasciarti accasciare sui giorni che passano.

(bellissima riflessione sulla vecchiaia di roberto roversi, dal nuovo sito dove si stanno raccogliendo le sue opere)

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