non so niente di te

Paola-Mastrocola-non-so-niente-di-teun libro che ci spiega quanto le vite siano inconoscibili, quanto sia impossibile sapere tutto delle persone, anche le più vicine – un modo simpatico di narrare, saltando da un personaggio all’altro e introducendo ognuno nella storia principale che tutti contiene come un presepe

soprattutto un libro sull’essere genitori e sull’essere figli, sulle inevitabili distanze tra le due categorie e su quanto noi genitori non possiamo proprio conoscere a fondo i nostri cuccioli, nonostante diamo a loro la vita, tempo, energie e infinito amore

all’interno anche una polemica riflessione sul nostro essere sempre connessi, su quello che ci perdiamo per incapacità/impossibilità di staccarsi dalla rete di relazioni in tempo reale – temo sia un problema delle generazioni di non “nativi digitali”, di miei coetanei cresciuti in un altro mondo, dove si poteva “staccare”, anzi dove era impossibile essere connessi sempre con gli amici e i tempi erano molto più dilatati

sempre difficile trovare un equilibrio tra la giusta necessità di riflettere su come stiano cambiando le nostre vite senza cadere nella stupida logica del “si stava meglio prima” – la mastrocola resta sul confine, scivolando a volte nella nostalgia di tempi passati

e comunque sì, io muoio proprio dalla curiosità di vedere come diavolo andrà a finire, con i nostri figli, quali strade prenderanno, se saranno allevamenti di pecore inglesi o dottorati a stanford

Miró è… è… non so, Nisina, tutti quei suoi gialli rossi blu, quelle righe nere cosí nere, gli animalini strani che non sai mai se sono uccelli o cosa, e le donne senza titolo! Mi son sempre sentita una donna senza titolo. È bellissimo, te ne stai lí serena, sei dentro un quadro, una tela… e non hai nessun titolo! Bello, no?”

“Cosa avevano fatto di sbagliato? Perché il loro figlio primogenito voleva fuggire? Ma voleva veramente fuggire? E dov’era lei? Lei, sua madre, dov’era quando Fil mandava questi segnali? Ma segnali di cosa? Cosa dovevano essere i genitori, dei semiologi? Dei crittografi? Degli esperti di egittologia, capaci di decifrar geroglifici?”

“Anche solo sapere che il mercoledí sera va al cinema con Giovanni, per dire, o che a pranzo c’è il bar sull’angolo che gli fa i panini speciali ai peperoni: anche solo pochi dettagli come questi, un Giovanni, due peperoni, servono a una madre, le bastano a posare suo figlio da qualche parte, in qualche modo. E quel solo fatto, di posarlo e quindi di poterlo vagamente immaginare, glielo rende piú vicino.”

“Cosa ti devo dire? Non hai nessuna colpa, hai fatto tutto bene, sei stato un bravo padre, sí. Hai voluto sempre il meglio per me. Ma forse è proprio questo, papà. Nessun genitore deve volere il meglio per suo figlio. E sai perché? Perché non lo sa. Un genitore non sa cos’è il meglio per suo figlio. Non lo può sapere, come potrebbe? È Dio? Legge nella sfera di cristallo? No, è solo un genitore. E allora dovrebbe starsene a guardare e basta, in silenzio e con grande calma. Un po’ come si sta davanti al mare a guardare il mare. Cosa si fa davanti al mare? Si guarda il mare. Basta. Si accompagnano le onde con lo sguardo. Questo. Una per una.”

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