il lavoro che ami è una trappola

issue13_tokumitsusu internazionale, l’unica rivista italiana che vale la pena leggere, è uscito un articolo che mi ha dato molto da pensare – come dice il titolo, prova a sfatare uno dei miti moderni: “fai ciò che ami, ama ciò che fai”

da una parte si sostiene che i lavori che è possibile “amare” sono solo una minoranza dei lavori: in effetti i nuovi lavori creati negli ultimi anni nel mondo sono spesso lavori di basso livello, sgradevoli e scarsamente creativi, quando non degradanti

dall’altra l’ideologia del “lavoro che ami” consente a chi comanda di ottenere che chi lavora lo faccia con piacere, nascondendo il rapporto di potere che si nasconde e portando il lavoratore ad accettare condizioni peggiorative: vedi ad esempio il precariato, i lavori sottopagati o addirittura non-pagati (ricordiamoci la riuscitissima recente campagna #coglioneno)

e mi vengono in mente lunghe discussioni sul lavoro e la “fatica”, sul lavoro liberato, sulla liberazione del lavoro o dal lavoro …

“Il lavoro viene diviso in due categorie: quello piacevole (creativo, intellettuale, socialmente prestigioso) e quello che non lo è (ripetitivo, non-intellettuale, generico). Chi fa lavori piacevoli è privilegiato in termini di ricchezza, status sociale, istruzione, pregiudizi razziali, e peso politico, anche se costituisce una piccola minoranza della forza lavoro complessiva. Per chi è costretto a fare un lavoro che non ama è tutta un’altra storia. I lavori che si fanno per motivi e bisogni diversi dall’amore (cioè la maggior parte) non sono solo sminuiti, ma cancellati dal credo di Jobs.”

“Ignorando la maggior parte dei lavori e riclassificando il resto come “amore”, “fà quello che ami” potrebbe essere la più elegante ideologia in circolazione contro i lavoratori. Perché i lavoratori dovrebbero associarsi e difendere i loro interessi di classe se una cosa chiamata lavoro neppure esiste? Inoltre, “fà quello che ami” nasconde il fatto che poter scegliere un mestiere principalmente come forma di gratificazione personale è un privilegio immeritato, il segno di un’appartenenza di classe.”

(l’articolo originale in inglese di  è disponibile qui)

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