il lapsus che squarcia il fondale sbrilluccicoso

in questi giorni in cui si parla ovunque di sanremo (che per fortuna ci risparmiamo) ho letto un articolo fulminante di tiziano scarpa su internazionale, dove parla di un racconto di covacich

“È uno splendido racconto retrospettivo, storicamente e narrativamente. Il cantante scadente, le risatine del protagonista e dei suoi amici, il testo enigmatico della canzone: tutto acquista senso a ritroso, nelle ultime righe, a causa di un’abbagliante rivelazione, un paio di mesi dopo quella serata. Il narratore lo legge sui giornali: quel cantante è morto, era malato, sapeva di avere poche settimane di vita, è salito sul palco a cantare la sua canzone terminale, facendo finta di niente, col sorriso sulle labbra, ha consegnato al mondo il suo motivetto testamentario: “La risposta, amore mio, è nascosta nel tempo, e ogni giorno che va via è un quadro che appendo. Mi piace vivere”.

Bisognerà pure che quest’epoca cominci a fare i conti con il tempo perduto, la quantità di esistenza collettiva dilapidata in cazzate: i beni comuni non sono solo l’acqua, i carburanti fossili, l’atmosfera. … Da quando l’ho letto, per me Oppure no di Alessandro Bono è diventata e sarà sempre la vera sigla del festival di Sanremo, la sigla della vita, il lapsus che squarcia il fondale sbrilluccicoso e apre un varco sulla morte, mentre un agonizzante la canticchia sorridendo.”

… poco da aggiungere

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