gli anni al contrario

copj170.aspla storia di due ragazzi che si incontrano, si amano e fanno una figlia negli anni settanta a messina – il libro sembra voler ripercorrere, attraverso i protagonisti, tutte le esperienze della mia/nostra generazione: politica, ’77, terrorismo, droga, aids …

sembra quasi un riassunto popolare e accelerato (avremmo detto un bignamino) delle vite di tutti i ragazzi di quegli anni – il libro taglia con l’accetta differenze allora profondissime, accosta esperienze (e periodi) che allora non avrebbero mai potuto convivere

questa mancata “fedeltà” storica mi ha fatto riflettere su come sia difficile ambientare un romanzo in un periodo che non si è vissuto: nell’esempio la storia dei nostri anni viene banalizzata, semplificata, plastificata in una serie di avvenimenti convulsamente affiancati l’uno all’altro senza logica – d’altra parte l’autrice è nata in quegli anni e distinzioni che a me sembrano importanti oggi (e sembravano fondamentali negli anni ’70) probabilmente a lei sono del tutto incomprensibili

insomma non mi è piaciuto il taglio giornalistico (nel senso del “panorama” berlusconiano) degli eventi che sono raccontati, sembra davvero una galleria delle copertine dei settimanali borghesi di quegli anni

“Quando penso agli anni trascorsi mi sembra che siano andati tutti al contrario. Abbiamo avuto una casa, una figlia, una laurea senza sapere che farcene, e ora che lo sappiamo ci stiamo già dividendo le briciole.”

“Per la prima volta lei non gli rispose in cagnesco, pochi metri dopo fissò lo specchietto e Giacomo era ancora lì, immobile e sfocato come quell’estate, a salutarli agitando le mani.”

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2 thoughts on “gli anni al contrario

  1. Mah. Il punto è che gira molta letteratura “furba”, che offre interpretazioni preconfezionate. Quando si parla di storia è pure peggio. E’ quasi normale che la storia venga riscritta da ogni generazione – e va detto che neppure chi ha vissuto i periodi può necessariamente leggerli in modo obiettivo, per via del legame emotivo. Il problema è quindi il livello della grossolanità dell’interpretazione (o della mancanza di finezza), dilatato dalla tendenza generalizzata a fornire non romanzi (che raccontano cose e lasciano il lettore libero di interpretare) ma “pappine” con verità (vabbè) preconfezionate. Non ho letto il libro e negli anni ’70 i miei tumulti erano assolutamente interiori e personali (quindi anomali), ma francamente mi sono stancata sia dell’apologia degli anni ’60 e ’70 quanto della loro demonizzazione. Tra cent’anni, forse, ci si capirà qualcosa: magari con un romanzo decente, che spero di leggere, ovviamente.

  2. mi permetto di dissentire da questa recensione. quegli anni erano anche i “miei” anni. L’intento della scrittrice non era affatto raccontare gli eventi storici né tanto meno avere un taglio giornalistico (che non si intravede in nessun punto del libro). Il racconto a me è piaciuto fin quasi alla commozione perché ha raccontato benissimo di come una parte consistente di quella generazione si sia bruciata perché ha voluto fino in fondo tener fede a una ispirazione che l’ha portata all’autodistruzione e soprattutto perché non ha trovato una sinistra in grado di accogliere nemmeno una di quelle istanze (né IL Pci né il sindacato). Inoltre racconta molto bene che i veri “vincitori” sono quelli che si sono ritirati e hanno accettato una serie di compromessi, forse perché saggi forse perché pavidi, forse perché come Aurora giustamente legati al bisogno-desiderio di seguire il percorso di una nuova nata.
    inoltre Il libro è scritto in maniera molto attenta e curata: nella prima parte, essenziale e velocissima, l’autrice mette in campo i due personaggi senza preoccuparsi di troppe divagazioni; nella seconda parte, attraverso i dialoghi, lascia spazio alla crescita di una relazione , per molti versi immatura e inadeguata; nella parte finale, quando tutto è ormai dissolto, il filo che lega i protagonisti è tenuto dalle lettere, forma efficace per esprimere al tempo stesso distanza, affetto e una buona dose di incomprensione.
    se una persona fa lo sforzo di liberarsi della propria costruzione memorialistica e si sofferma su i dati personali, scopre quanto sia invece centrato e “documentato” il libro di Nadia Terranova. saluti GDC

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