la signora dalloway

9788807900594_quarta.jpg.448x698_q100_upscaleil più famoso romanzo di virginia woolf è un ritratto spietato dell’inghilterra del primo novecento – la protagonista vive la sua esistenza futile, composta da riti sociali solo esteriori, pensando spesso alle poche occasioni di vita reale che la vita le ha concesso

grandi assenti dalla vita quotidiana il sesso, anche omosessuale, e la malattia o il disagio mentale, in quegli anni non compresi da una cultura dominante perbenista ed ottusa

proprio sesso e malattia mentale dominano però i pensieri nascosti della signora e degli altri protagonisti, obbligati a una scissione assoluta tra le loro pulsioni e la vita sociale del tempo – e il dramma che si affaccia nel libro non può non far venire in mente i drammi della vita reale di vf, incapace di vivere la sua sofferenza e la sua omosessualità

assolutamente innovativo lo stile di scrittura, che unisce un continuo “flusso di coscienza” dei personaggi con un senso scenico (quasi filmico) dove gli oggetti presenti si animano, attirano l’attenzione e fungono da testimone nel passaggio del racconto da un protagonista a un altro, da una storia all’altra

“Tanto fervore di vita sarebbe continuato senza di lei, e se ne risentiva forse? o non era piuttosto consolante la certezza che la morte poneva fine a tutto; ma che in certo modo, nelle vie di Londra, nella gran marea delle cose, qui, là, ella sopravviveva, Peter sopravviveva, e vivevano uno nell’altro, e lei era parte – l’avrebbe giurato – degli alberi a Bourton; di quel brutto casamento laggiù, trasandato e tutto pezzi e bocconi; parte di gente che non aveva mai visto al mondo; distesa come un velo di nebbia tra le creature che le erano più amiche, che si protendevano a sollevarla così come aveva visto gli alberi sollevare la bruma tra i rami; eppure si estendeva quanto mai lontano, quella vita che era poi lei.”

“Così forse a mezzanotte, quando tutti i confini sono cancellati, il paese ritrova il suo antico aspetto, quale lo videro i romani allorché sbarcarono: avvolto in nebbie eterne, e i monti non avevano nome e i fiumi scorrevano per ignote lande… “

“dovette rassegnarsi a vedersi oltrepassare, lui come tutti gli altri, dal loro passo cadenzato, come se una volontà sola muovesse braccia e gambe regolarmente, e la vita coi suoi ghiribizzi e le sue debolezze fosse stata deposta, rigido cadavere dagli occhi sbarrati, narcotizzato dalla droga della disciplina, sotto un pavimento marmoreo ricco di mausolei e di corone funebri”

“Un manifesto di un giornalaio volò via, allegramente, e parve dapprima un cervo volante, poi esitò, e palpitando si abbatt’; e la veletta di una signora ondeggiò. Ci fu uno sbattere di persiane gialle. Il traffico del mattino rallentava; qualche carretto che andava all’impazzata faceva risuonare le vie semideserte”

“Interessante, misteriosa, infinitamente ricca, quella vita! E sul vasto piazzale, dove le vetture passavano e giravano rapide, si vedevano coppie che s’attardavano, bamboleggiavano, si abbracciavano, raggomitolate sotto una cascatella di fogliame. Erano commoventi; così silenziose, così assorte, che si passava in punta di piedi, timidamente, come davanti a una cerimonia sacra che sarebbe stato empietà disturbare. Interessante… E così via, tra sprazzi e bagliori di luci”

2 thoughts on “la signora dalloway

  1. Piano, darling: la donna che ispirò a Virginia Wolf il personaggio di mrs.. Dalloway era, se la memoria non fa cilecca, quella lady Ottoline Morrell che fu amata (anche) dal giovane Bertrand Russell: una specie di Alma Mahler versione British. Non ne fanno più, così. Mi piacerebbe dire che ci sono rimasta solo io, ma non ci credo neanch’io…

  2. Pingback: una stanza tutta per gli altri | il blog di Carlo

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