sofia si veste sempre di nero

libro giovanile di paolo cognetti: una serie di capitoli, slegati l’uno dall’altro come tante cartoline diverse, descrive la vita della giovane sofia, dalla famiglia d’origine negli anni settanta ai primi anni del nuovo millennio – l’autore lo ha definito un “romanzo di racconti”

scrittura asciutta e nervosa, tante voci narranti raccontano sofia, tentando invano di chiuderla in schemi – il libro resta sospeso, facendo riflettere su come sia difficile capire davvero una persona e ancora più raccontarla, con un libro o con un film

interessante il racconto dei diversi anni e dei diversi luoghi, stereotipato (non vissuto? conosciuto solo dai libri?) il racconto della fabbrica degli anni settanta e ottanta – la fuggente sofia, anche se risponde troppo ai cliché delle donne maledette, rimane nel cuore del lettore

“Sarebbe stata la notte se Manhattan era il giorno, la femmina se Manhattan era il maschio, e delle mille luci di New York sarebbe rimasto soltanto un miraggio, il riflesso tremolante nell’acqua.”

“Roberto si era ormai rassegnato a pensare che fosse quello, l’amore degli adulti: un esercizio di indulgenza e tolleranza, abituarsi ai difetti di un’altra persona e infliggerle i propri, caricarsi sulla schiena il fardello della sua infelicità.”

“Questa casa è imburrata e infarinata; è imbottita, ovattata, trapuntata, è un nido intessuto di paglia e di piume; è una casa a tenuta stagna, corazzata col piombo e sigillata col silicone: niente del bene che contiene può disperdersi, niente del male che c’è fuori può insinuarsi al suo interno.”

“Ma sono amici maschi e hanno un legame fondato sul fare più che sul parlare: hanno bisogno di prestare soldi, prendersi cura del figlio dell’altro, saltare in macchina e correre da qualche parte per dimostrare il proprio affetto. I problemi senza soluzione, quelli che richiedono solo la pazienza di stare lì ad ascoltare, rientrano nelle specialità femminili, e Rossana a un certo punto se li è presi sulle spalle.”

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