all’ombra delle fanciulle in fiore

secondo libro della recherche, già il titolo svela il tema: lo stupore dell’innamoramento, il desiderio di qualcosa/qualcuno sconosciuto e affascinante perché supposto irraggiungibile – proust ancora nasconde, in mezzo a decine di pagine sulle convenzioni del suo tempo, gemme che sembrano eterne, valide per ogni tempo e ogni luogo

fantastica la descrizione del gruppo di bagnanti, ancora indistinto, che stimola l’autore a uno stato quasi febbrile di desiderio di una sconosciuta idealizzata, rappresentante di tutto ciò che di bello può esistere, al di là delle individualità, del contingente e anche del genere della persona desiderata – l’attrazione per il gruppo di ragazze resta nella memoria come esempio di quell’incanto per l’eterno femminino, quella attrazione quasi dolorosa che ci prende quando incontriamo una donna, anche solo per poco tempo o per caso, e immaginiamo il suo modo di sorridere, di baciare, di fare l’amore

e riflettevo poi su questa classe ricca, composta da piccoli nobili e borghesi proprietari dove nessuno lavora: le uniche persone che si vedono lavorare nelle giornate oziose del protagonisti sono le varie servitù che accudiscono i ricchi, nelle case private o negli alberghi – nessuno lavora, quale plusvalore doveva essere generato per mantenere migliaia di nullafacenti? quale era l’altro lato della medaglia?

questo ozio generalizzato è forse indispensabile per ottenere capolavori scritti in venti anni? questi “capolavori” possono nascere solo in tempi dove una classe “nullafacente” è mantenuta dal lavoro di masse lavoratrici?

“Purché cada la notte e la carrozza corra, in campagna, in una città, non c’è torso femminile, mutilato come un marmo antico dalla velocità che ci trascina e dal crepuscolo che lo sommerge, il quale non scagli contro il nostro cuore, ad ogni angolo di strada, dal fondo di ogni bottega, le frecce della Bellezza, quella di cui si sarebbe a volte tentati di chiedersi se in questo mondo sia nient’altro che il complemento aggiunto a una passante frammentaria e fuggitiva dalla nostra immaginazione sovreccitata dal rimpianto.”

“Conoscere a Parigi una pescatrice di Balbec o una contadina di Méséglise, sarebbe stato come ricevere delle conchiglie che non avessi visto sulla spiaggia, una felce che non avessi trovato nei boschi, sarebbe stato come sottrarre al piacere che mi avrebbe dato la donna tutti quelli nei quali l’aveva avvolta la mia immaginazione.”

“Questa fugacità degli esseri che ci sono sconosciuti, che ci costringono a disancorarci dalla vita abituale in cui le donne che frequentiamo finiscono per svelare le loro tare, ci mette in quello stato di inseguimento in cui nulla ferma più l’immaginazione.”

“Perché, altrimenti, il loro viso sarebbe rimasto eternamente privo, nella mia memoria, di quella parte – quasi fosse nascosta da un velo – che varia in ogni donna, che non possiamo immaginare in una quando non l’abbiamo vista, che appare soltanto nello sguardo rivolto a noi, che acconsente al nostro desiderio e promette che sarà appagato.”

“Le creature soprannaturali che esse erano state un momento per me mettevano ancora, anche a mia insaputa, qualcosa di meraviglioso nei rapporti più banali che avevo con loro, o piuttosto preservavano quei rapporti dall’avere mai qualcosa di banale. Il mio desiderio aveva cercato con tanta avidità il significato degli occhi che ora mi conoscevano e mi sorridevano, ma che, il primo giorno, avevano incrociato i miei sguardi come raggi di un altro universo…”

 

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