i guermantes

il terzo libro della recherche è in gran parte dedicato alla descrizione delle feste e dei riti dell’aristocrazia – le solite lunghissime pagine si dilungano sui personaggi principali e sulla vacuità delle loro vite, passate tra inviti, cene, intrallazzi e amori veri o supposti

le diverse storie d’amore sono raccontate quasi di sfuggita, le declinazioni dei rapporti sessuali sono accennate appena – difficile distinguere quanto ciò sia dovuto alla morale del tempo e quanto al fatto che l’autore nasconde, nel libro e nella vita, la sua omosessualità e tutti i suoi raccontati amori per fanciulle, nobildonne e servette sono solo la traduzione socialmente accettata dei suoi reali amori per ragazzi, nobiluomini e camerieri

divertente come in molte pagine il narratore cerchi, nelle fattezze e nelle movenze dei nobili che frequenta, le ragioni del loro essere nobili, come se si trattasse di specie diverse, di altri animali, come se la nobiltà potesse essere scoperta e evidenziata da un colore di capelli o da una forma di naso – il narratore analizza il mondo aristocratico come un etologo studia un animale appena scoperto, con la curiosità e la distanza di chi assiste a riti che non  capisce

e certo impressiona vedere come la patina del tempo tenda ancora più assurde le usanze e i tic di quella aristocrazia: quello che era lezioso e convenzionale un secolo fa in francia, diventa spesso ridicolo letto oggi

“Infatti Françoise, alla quale si poteva parlare del genio di Napoleone o della telegrafia senza riuscire ad attirare la sua attenzione e senza che rallentasse d’un istante i movimenti con cui portava via la cenere dal camino o apparecchiava, se solo apprendeva simili particolarità, che il figlio cadetto del duca di Guermantes veniva generalmente designato come il principe di Oléron, esclamava: «Che bello!» e restava incantata come davanti a una vetrata di chiesa.”

“… la terra mi sembrava più piacevole da abitare, la vita più interessante da percorrere da quando m’ero accorto che le vie di Parigi, come quelle di Balbec, erano fiorite di quelle bellezze sconosciute che tanto spesso avevo cercato di far scaturire dai boschi di Méséglise, e ciascuna delle quali suscitava un desiderio voluttuoso che lei sola sembrava capace di appagare.”

“Quanti sono nei nostri ricordi, e quanti più ancora nel nostro oblio, quei visi di ragazze e giovani donne, tutti diversi, e ai quali abbiamo aggiunto del fascino e un furioso desiderio di rivederli solo perché all’ultimo momento si erano sottratti!”

“Le circostanze decisero diversamente, non la rividi più. Non fu lei quella che amai, ma avrebbe potuto essere lei. E una delle cose che mi resero forse più crudele il grande amore che avrei presto avuto, fu, rammentando quella serata, il dirmi che esso avrebbe potuto, se alcune semplicissime circostanze fossero mutate, dirigersi altrove, verso la signora di Stermaria; applicato a colei che me lo ispirò così poco tempo dopo, quell’amore non era quindi – come tuttavia avrei avuto tanta voglia, tanto bisogno di credere – assolutamente necessario e predestinato.”

“Il suo odio per gli snob derivava dal suo snobismo, ma faceva credere agli ingenui, cioè a tutti, che lui ne fosse esente.”

“A volte, quando ci seccava troppo andare a un tè o a una matinée, andavamo in campagna e lui mi mostrava degli straordinari matrimoni tra fiori, che sono molto più divertenti dei matrimoni tra persone, e del resto si celebrano senza pranzo e senza sacrestia.”

“Così l’aristocrazia, nella sua pesante costruzione, dalle rare finestre che lasciano filtrare poca luce, con la stessa mancanza di slancio, ma anche la stessa potenza massiccia e cieca dell’architettura romanica, racchiude tutta la storia, la mura, la rende cupa.”

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Una risposta a i guermantes

  1. Carolina ha detto:

    Problema del povero lettore-sauro-cartaceo: ma perché adesso pubblicano la Recherche senza dividere i volumi, quando invece un tempo esisteva un bellissimo cofanetto (che non possedevo, ohimé)? Pensando, mesi fa, di rimediare a quello che mi sembrava un vuoto inesplicabile (essendo io lettrice forsennata), ordino il testo – pensando fosse diviso in “testi” – e mi ritrovo proprietaria di un mostro ingestibile. E pure illeggibile, visto che, per farlo restare di dimensioni umane, il carattere risulta microscopico. Per non parlare dell’intrasportabilità del mostro; bel problema, per chi pensava (come me) di portarselo sulla metro. Insomma, da Marcel Proust (e dall’idiozia degli editori) una lezione: PASSATE ALLA VERSIONE DIGITALE…Altro che tempo perduto…:-) !

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