il regno

spesso il libri di carrère mi piacciono per come sono scritti, ma spesso i libri di carrère mi sembrano scritti senza avere chiaro quale voglia essere il messaggio complessivo – un po’ come vedere un film ben girato dal regista, ma su una sceneggiatura confusa e discontinua

questo libro ripercorre gli atti degli apostoli, dandone una interpretazione particolare, e allo stesso tempo racconta il rapporto dell’autore con la religione (cristiana, ma non solo) – troviamo quindi molte informazioni storiche sulla vita di paolo e di luca, le cui vite vengono narrate integrando notizie provenienti dalle scritture  con notizie di fonti storiche

interessante il racconto del cristianesimo delle origini, della creazione della chiesa che riesce a distinguersi da una parte dall’ebraismo e dall’altra dalle mille sette che nascevano in continuazione sui bordi dell’impero romano – in mezzo a questo racconto l’autore inserisce riferimenti alla sua vita personale, alle sue donne, agli altri suoi libri

come dicevo all’inizio, la sensazione complessiva è di “confusione”, di una inutile fusione di argomenti che possono essere collegati solo nella mente dell’autore – d’altra parte la scrittura di carrère è molto bella e spesso nei suoi libri ho trovato frasi che mi hanno colpito e fatto riflettere

“All’inizio Paolo era solo un cane sciolto con cui, per colpevole debolezza, Pietro e Giovanni avevano accettato di trattare, ma dopo l’episodio di Antiochia Paolo è diventato per Giacomo quello che Trockij era per Stalin. Contro Paolo è iniziata una campagna, e sono stati inviati emissari in giro per il mondo a denunciarne il deviazionismo.”

“Il punto essenziale non è questo: è la sbalorditiva somiglianza fra ciò che promette Paolo e ciò che promette Calipso – essere liberati dalla vita o, come direbbe Hervé, «tirati fuori dai guai» – e l’insuperabile contrasto fra l’ideale di Paolo e quello di Ulisse. Per ognuno dei due l’unico vero bene è ciò che l’altro denuncia come una funesta illusione. Ulisse dice che la saggezza sta nel legame con il mondo terreno e la condizione umana, Paolo dice che sta nello spezzare questo legame.”

“Non so fino a che punto i greci del tempo di Pericle credessero ai loro miti, ma di sicuro cinque secoli dopo non ci credevano più, né loro né i romani che li avevano conquistati. In ogni caso, non ci credeva più la maggior parte di loro, proprio come oggi la maggior parte di noi non crede più al cristianesimo. Ciò non impediva di celebrare i riti e offrire sacrifici agli dèi, ma nello stesso modo in cui noi festeggiamo Natale, Pasqua, l’Ascensione, la Pentecoste, il 15 agosto. Gli antichi credevano in uno Zeus che brandiva il fulmine come i bambini credono a Babbo Natale: non a lungo, non sul serio.”

“La vita dell’uomo è da preferire a quella di un dio, per la semplice ragione che è quella vera. Una sofferenza autentica è da preferire a una felicità illusoria. Non si può desiderare l’eternità perché essa non fa parte del nostro destino, un destino imperfetto, effimero e deludente, ma l’unico che dobbiamo amare, a cui dobbiamo sempre tornare, e tutta la storia di Ulisse, tutta la storia degli uomini che accettano di non essere altro che uomini per essere pienamente uomini, è la storia di questo ritorno. “

“Per chi lo fa: è questo il grande segreto del Vangelo. È anche il grande segreto dell’Arca: all’inizio si vuol essere buoni, fare del bene ai poveri, e a poco a poco – possono volerci anni – si scopre che sono loro che fanno del bene a noi, perché stando vicino alla loro povertà, alla loro debolezza e alla loro angoscia mettiamo a nudo la nostra povertà, la nostra debolezza e la nostra angoscia, che sono uguali alle loro – sono uguali in tutti, sapete –, e allora si comincia a diventare più umani. “

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