bianco è il colore del danno

libro in cui la mannocchi, giornalista inviata in zone pericolose del mondo, racconta la sua malattia (sclerosi multipla), comparsa subito dopo la sua prima gravidanza – coinvolgente il racconto della scoperta dell’essere malata e lucide e condivisibili le considerazioni sulla indispensabilità del servizio sanitario nazionale gratuito per tutti

francesca si batte per trovare un modo di (con)vivere con l'”essere malata” evitando di cadere nel pietismo e nelle metafore guerresche – nel racconto trovano spazio anche le figure importanti della famiglia di origine, nonna e madre prima di tutti

mi ha anche commosso il racconto di un viaggio ad erbil, nel kurdistan iracheno, dove sono stato più volte, lasciandoci un pezzo di cuore

non mi sono invece piaciuti alcune frasi dure dove francesca esprime il suo rifiuto dell’essere madre, più che il sacrosanto rifiuto dei ruoli predeterminati – la stessa durezza traspare in diversi punti del libro e mi chiedo quanto sia originata dalla esperienza della malattia e quanta invece sia “innata” in francesca

“Potessimo scegliere gli elementi scenografici dei giorni chiave della nostra vita li disegneremmo epici o, al contrario, minimalisti. La casa sul mare a Raf Raf, in Tunisia, con gli scuri che sbattono e il mare che agonizza a cinquanta passi. O la brandina della stanza di Kabul, e il gelo intorno nelle mura che non si scaldavano mai. Se devono essere lontano da casa, i giorni chiave, che siano almeno popolati da un’abitudine, in un posto familiare, con qualcuno cui chiedere: il solito, grazie.”

“Avevo partorito da due giorni, ero in piedi, sorridevo. Volevo tornare nella tana passeggiando, vanitosa e fiera. Fermarmi a scegliere un mazzo di tulipani, il mio omaggio a un parto semplice. … Una spremuta d’arancia con due cubetti di ghiaccio a parte. Com’è bello, signora. Sí, lo è, grazie. E rispondere sorrisi ai sorrisi che mi venivano incontro nel nuovo spazio sociale che riserva la posizione di madre.”

“Oggi, quando la paura mi preme sul petto e mi ruba il respiro, in uno scatto sono in piedi. Sgattaiolata via dalla stanza, chiudo alle mie spalle la porta della camera da letto per non disturbare il riposo degli altri e mi muovo a passi lenti verso la cucina.
Preparo il caffè, avvito la macchinetta, prendo la testa tra le mani e sussurro la mia preghiera: basta, smetti, vai via.
E poi si placa, la paura, non perché diminuisca, ma perché in posizione eretta mi sento meno debole. Osservo il mio volto riflesso sulla finestra della cucina e mi vedo terrorizzata e fiera.
Mi tieni sveglia, paura, e mi trovi pronta anche stanotte, ti ho sentita arrivare da lontano e ho fatto in tempo a indossare, di nuovo, tutte le armature che ho.”

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father (3), blogger (vaccaricarlo), biker (Ducati)
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