a volte ritorno

a_volte_ritornodio decide verso la fine del rinascimento di andare a pescare e a giocare a golf: tutto va per il meglio, gli uomini stanno scoprendo la scienza, l’arte va a gonfie vele, lo sviluppo economico migliora la vita di milioni di uomini … quando torna è il 2011 e trova un mondo impazzito: le religioni incitano alla morte del diverso, molti piaceri innocui sono vietati (dio adora farsi le canne), l’inquinamento, le guerre e i fondamentalismi stanno distruggendo il mondo

dopo una burrascosa riunione, decide di mandare di nuovo suo figlio di sotto a sistemare le cose – gesù deve così interrompere una jam session con jimi hendrix e scendere di nuovo sulla terra a portare il messaggio centrale del padre: “fate i bravi!”, a volte modificato in “fate i bravi, cazzo!”

il libro racconta la vita di un gesù nei nostri giorni, il suo scontrarsi con le mille assurdità delle nostre vite, la sua ricerca degli ultimi tra cui sceglie i suoi apostoli – la satira, spesso sboccata e divertente, diventa amara e spietata nel finale, in cui si ride e ci si commuove insieme

“a un certo punto, verso l’alba, Gesú si ritrova stravaccato su una poltrona a sacco a parlare del senso della vita con un gruppo assurdo, che definire male assortito è poco: Big Bob, John Belushi, Gandhi, un tassista di nome Max, l’ex Primo Ministro inglese Neville Chamberlain, Abramo Lincoln, due delle tre sorelle Brontë (scatenate? No, di più…) e Dean Martin. Dean Martin sta raccontando un aneddoto su una certa orgetta in cui si è trovato una volta, e Chamberlain, che non regge benissimo il punch alla fragola, biascica: – Mi sento piuttosto, mmm, alticcio al momento, nevvero? – quando Dio arriva e prende Suo figlio per un gomito.”

“Quand’è che le cose hanno cominciato ad andare a puttane? Colpa di Mosè, forse. Quel falsario. Uno dei primi a cedere al protagonismo. Quando era arrivato in cima al Sinai e aveva messo gli occhi su quell’unica tavola perfettamente cesellata – le parole «FATE I BRAVI» incise nell’elegante corsivo inglese di Dio – aveva dato fuori di matto. Tutto quel can can e lui doveva, cosa?, scendere e dire: «Ehi ragazzi, fate i bravi! Be’, non c’è altro. In bocca al lupo per tutto»? Col cazzo. E così quel figlio di mignotta si era messo sotto con lo scalpello. Quaranta sudati giorni di lavoro su quella sequela di minchiate. Quella stronzata del «Non desiderare la donna d’altri»? Tipico di Mosè.”

“Al contrario di quello che credeva Dante – e molte religioni – nel settimo cerchio non ci sono i suicidi. Dio ha capito che quelli ne avevano già passate abbastanza. Ci è arrivato da solo. Eppoi, pure lui avrebbe quasi voluto ammazzarsi quando quell’asteroide del cazzo aveva fatto estinguere i dinosauri. Due miliardi di anni di lavoro buttati nel cesso. Tutto da capo, porca puttana. Qui non ci sono nemmeno i bestemmiatori e gli eretici. A Dio, come sappiamo, non gliene frega una beata mazza se la gente crede in Lui o no. E nemmeno ci sono i sodomiti. (Dio adora i froci).”

(notare la somiglianza di “fate i bravi, cazzo” con il “bisogna essere buoni, cazzo!” di kurt vonnegut)

cinque donne amorose

CinqueDonnenel ‘600 in giappone si assiste a un veloce sviluppo economico, gestito nella dialettica tra shogunato e impero; nuove classi si affacciano alla ricchezza, le città crescono, la capitale raggiunge un milione di abitanti, i nuovi ricchi ricercano il piacere nei “quartieri gai” dove trovano raffinate cortigiani e splendidi ragazzi con cui soddisfare i sensi

in questo clima saikaku ihara scrive i suoi romanzi, dopo aver scritto per anni poesie haikai – le cinque donne si presentano in cinque racconti dove l’amore e l’attrazione sessuale sono quasi sempre causa di sventura, disgrazia e morte

l’aria è rarefatta, la scrittura lieve, il giudizio moralistico si aggiunge allo sguardo beffardo del narratore che sembra prendere in giro la morale dominante della sacralità del matrimonio – racconti pieni di riferimenti difficili da comprendere alla cultura giapponese, ad esempio ai vestiti complessi e raffinati dell’epoca

i protagonisti vivono le loro vite in balia di passioni proibite che non sanno dominare né gestire, tra viaggi propiziatori, austeri monasteri e situazioni boccaccesche – un piacevole sguardo su un’epoca e una civiltà spesso da noi sconosciuta

“La città di Murotsu è un porto grande e attivo dove le navi si riposano sui cuscini delle onde primaverili coi loro pesanti carichi di tesori.”

“C’era un uomo che aveva appreso l’instabilità delle cose dalle casse da morto che fabbricava.”

“Trascorsero tutta la notte in voluttuosi allettamenti e all’alba si dissero addio, con il rimpianto di non aver potuto esaurire le confidenze di quel loro incommensurabile amore. Così accade perché il mondo è il regno dell’infelicità .”

il dilemma dell’onnivoro

mpbel libro molto documentato sulla alimentazione dell’uomo moderno, specialmente americano – viene analizzata a fondo la dipendenza del sistema industriale u.s.a. dal mais e la ubiquità di questo cereale

si sottolinea lo stretto legame tra dipendenza dal mais, politiche agricole, profitti del complesso industriale alimentare e problemi di salute dei consumatori (obesità e non solo) – allo stesso modo viene seguita la catena della produzione di bovini da allevamento, con la triste sequenza di trattamenti spesso “inumani”

si raccontano anche realtà alternative che tentano una gestione più equilibrata delle risorse e della produzione, realtà sperimentate direttamente dall’autore – infine una esperienza di caccia, anche qui con riflessioni sui vari aspetti dell’uccisione diretta di animali, comparata con la vita degli animali in cattività

giusto il richiamo dell’autore all’importanza di dare maggiore attenzione a cosa mangiamo e anche a cosa mangia cosa mangiamo

“Mentre le altre piante domestiche riescono in qualche modo a riprodursi senza assistenza, il mais, con la sua spiga così particolare, nel corso della sua evoluzione si è gettato completamente tra le braccia del genere umano. A non poche società del passato l’adorazione del mais è parsa cosa giusta, ma forse dovrebbe essere l’esatto opposto: per la pianta siamo noi gli esseri indispensabili.”

“L’industrializzazione violenta degli animali in America è un fenomeno abbastanza nuovo, circoscritto ed evitabile: nessuna altra nazione al mondo alleva e macella le bestie con i nostri procedimenti così intensivi e brutali. Allo stesso modo, nessun’altra società è mai vissuta così distante dalle specie di cui si nutre. Se le pareti dell’industria delle carni diventassero trasparenti, in modo reale o metaforico, smetteremmo presto di nutrire, uccidere e consumare gli animali come facciamo ora.”

la macchia umana

praltro libro di roth, centrato sulle differenze razziali e di classe negli usa – la storia di un anziano professore licenziato per “political correctness” si intreccia con quella di un vecchio scrittore deluso e disilluso e con quella di una donna che ha subito violenza dagli uomini e dalla vita

la solita scrittura brillante, molte frasi da citare, idee discutibili su attualità (clinton-lewinsky) e sulle nuove generazioni, riflessioni amare da intellettuale che scopre che la storia non è sempre un “andare avanti” e che i giovani non sempre migliorano quello che i padri gli hanno lasciato

roth si scaglia poi contro l’ipocrisia e il perbenismo della middle class, giocando con i punti di vista delle vite, svelando l’impossibilità di una descrizione “oggettiva” anche solo di una vita

“Come avrebbe potuto finire (la conclusione che la realtà aveva risolutamente escluso): ecco l’unica cosa alla quale riusciva a pensare. Sbalordito da quanto poco l’aveva dimenticata e da quanto poco lei aveva dimenticato lui, Coleman si allontanò rendendosi conto, come mai prima di allora aveva dovuto fare al di fuori delle lezioni sulla tragedia greca, della facilità con cui la vita può essere una cosa piuttosto che un’altra e della casualità con cui si crea un destino… “

“Pensava gli stessi inutili pensieri, inutili per un uomo di non grande talento come lui, se non per Sofocle: la casualità con cui si forma un destino… E come tutto può sembrare accidentale, quando è inevitabile.”

“Ciò che noi sappiamo è che, in un modo non stereotipato, nessuno sa nulla. Non puoi sapere nulla. Le cose che sai… non le sai. Intenzioni? Motivi? Conseguenze? Significati? Tutto ciò che non sappiamo è stupefacente. Ancor più stupefacente è quello che crediamo di sapere.”

“Coleman le aveva detto: – Questo non è soltanto sesso, è qualcosa di più, – e in tono reciso lei rispose: – No, non è vero. Hai semplicemente dimenticato cos’è il sesso. Questo è sesso. E basta. Non rovinarlo con la pretesa che sia un’altra cosa.”

“Il pericolo dell’odio è che, una volta cominciato a coltivarlo, hai cento volte più di quanto ti aspettassi. Una volta cominciato, non ti fermi più. Non conosco nulla di più difficile da controllare dell’odio. E’ più facile smettere di bere che smettere di odiare. Ed è tutto dire.”

i libri di camilla lackberg

cle dopo la serie del commissario kurt wallander, ho continuato con i polizieschi svedesi e, sempre consigliato da mia figlia, mi sono spazzolato la serie scritta dalla lackberg (7 libri) – devo dire che i punti in comune sono davvero molti: l’ambientazione è sempre in un paesino svedese dove le dinamiche di un piccolo commissariato di polizia costituiscono il microcosmo di riferimento

anche qui i delitti hanno spesso origini remote, anche qui troviamo la giusta dose di suspense, anche qui la giustizia trionfa sempre in un tripudio di socialdemocratica “politically correctness” dove si sconfiggono regolarmente tutti i cattivi, violenti, omofobi e nazisti vari

si sente certo la mano femminile, i personaggi sono meglio delineati, la presenza femminile è complementare e decisiva, le vicende familiari e di coppia centrali – si sente anche la differenza generazionale: lackberg è molto più giovane di hankell, nuove tematiche si affacciano e manca quella malinconia di chi sa di avere già vissuto buona parte della vita

un’altra serie che si può leggere nei periodi (a me ne capitano spesso) in cui la lettura è arma di distrazione, magari intervallando letture più impegnative

“Era d’accordo con tutte le obiezioni di Martin: non aveva niente di concreto su cui basarsi, ma sentiva che c’era qualcosa, qualcosa che lui doveva scovare e portare a galla.”

“Da un lato non aveva più avuto tempo di pensare a niente, dall’altro lui le aveva invaso l’esistenza con il suo buon odore, la testolina lanuginosa e le fossette nelle manine, e tutto il resto le era sembrato di nessuna importanza. Persino lei stessa non ne aveva più. Come Mårten, era diventata una specie di comparsa nel film su Vincent. Aveva adorato il suo nuovo ruolo, ma il vuoto che lui aveva lasciato era tanto più grande.”

“C’era qualcosa che aveva già visto che richiedeva la sua attenzione e non si sarebbe arreso finché non avesse scoperto cos’era.”

nesbo – il ciclo di harry hole

jnterzo ciclo di gialli scandinavi, forse il più famoso, quello di jo nesbo e del commissario harry hole: ben 9 libri! – harry è spesso alcolizzato, sempre vicino a dipendenze varie, logico, simpatico, sbruffone

intorno al commissario molto poliziotti che vengono uccisi dal cattivone di turno, spesso con metodi truculenti e splatter – lo stesso hh viene ferito più volte e si salva a stento, tra una fuga in oriente e una nell’alcool

insopportabile il suo rapporto con la “fidanzata”, un rapporto che dura anni tra pochi alti e molti bassi, un rapporto che viene vissuto (da tutti e due?) come alternativo al lavoro di lui – la fissazione dell’autore è quella dei “serial killer” che vengono cercati (desiderati) da tutti i poliziotti norvegesi

trama multipla, molti personaggi di contorno, considerazioni discutibili (quasi fasciste) su droga, violenza e diritti, una certa paranoia sul rapporto con l’alcool, in fondo uno specchio di una parte della scandinavia

“«È un malato di mente, Aune?» «La malattia è un fattore relativo. Siamo tutti malati, la questione è unicamente quale grado di funzionalità riusciamo a mantenere rispetto alle regole che la società ci impone per un comportamento corretto.»”

“Io, Øystein e Tresko andavamo sempre sui tetti dei bunker tedeschi di Nordstrand, a bere birra e ad aspettare che la giovinezza passasse.”

sottomissione

mhho letto questa estate a londra il libro di houellebecq che tanti dibattiti ha suscitato quando è uscito – perfetto il tempismo, a valle di brexit e in un periodo in cui l’Europa sembra aver smarrito una sua visione

il futuro che ci presenta houellebecq è chiaro e paradossale: una sottomissione culturale prima che politica all’islam – nel romanzo l’indolenza con cui la politica francese abbandona i suoi riti e si lascia andare a un dominio dolce dell’islam moderato è accompagnata dell’abbandono del protagonista, che senza particolari sconvolgimenti si affida e si sottomette a una religione che finalmente gli consente di non dover preoccuparsi di scelte faticose, come avere una propria opinione o scegliere la propria moglie, magari al plurale

molto ben scritto, il libro scorre tranquillamente verso la fine del nostro modo di vivere, lasciandoci pieni di domande irrisolte e di dubbi dubbiosi sulla possibilità che tutto ciò possa avvenire davvero – da leggere in queste estati di infuocati dibattiti sul burkini (c)

“Curiosamente, i paesi occidentali erano molto fieri di questo sistema elettorale, che tuttavia era poco più che una spartizione del potere tra due gang rivali, a volte arrivavano addirittura a scatenare guerre allo scopo di imporlo ai paesi che non condividevano il loro entusiasmo.”

“Alice ci osservava con lo sguardo al tempo stesso affettuoso e leggermente derisorio delle donne che seguono una conversazione tra uomini, quella strana cosa che sembra sempre indugiare tra la pederastia e il duello.”

“Per loro l’essenziale è la demografia, e l’istruzione; il sottogruppo demografico che dispone del miglior tasso riproduttivo, e che riesce a trasmettere i propri valori, trionfa; per loro è tutto qua, l’economia e la stessa geopolitica non sono che fumo negli occhi: chi controlla i bambini controlla il futuro, stop.”

“Vestite durante il giorno con impenetrabili burqa neri, di sera le ricche saudite si trasformavano in uccelli del paradiso, si agghindavano con guêpière, reggiseni trasparenti, perizomi ornati di pizzi policromi e gemme; esattamente al contrario delle occidentali, che, raffinate e sexy durante il giorno perché era in gioco il loro status sociale, tornando a casa la sera si afflosciavano, abdicavano stremate a qualsiasi prospettiva di seduzione indossando tenute comode e informi.”