la donna d’altri

saggio-romanzo, con una ghirlanda di personaggi legati uno all’altro, tutti esistiti e tutti accomunati dalla rottura del tradizionale divieto biblico (ix comandamento – non desiderare la donna d’altri) – un libro che anche dopo trenta anni resta una chiara denuncia della repressione sessuale e dei suoi inestirpabili legami con la repressione politica e con la pressione religiosa

talese si fa intervistatore, reporter, ma anche gestore di sale massaggi, per scavare nelle storie di molti dei protagonisti della lotta contro il bigottismo che si è tenuta negli anni ’60 e ’70 negli usa – una lotta condotta nei tribunali americani, ma anche un cambiamento di massa supportato dalle istanze di liberazione sessuale del movimento degli studenti e del movimento femminista

colpisce il numero dei pensatori e degli organizzatori di comunità americane che già nell’800 hanno sperimentato in dozzine di luoghi esperienze alternative, ben prima delle comuni hippy – chiaro che fenomeni recenti come il poliamore abbiano radici antiche, un fiume che ora emerge nella storia, ora viaggia sommerso, sempre contrastato dalle religioni e dal potere costituito

“Misero in naftalina le uniformi come fossero ricordi di amori e applausi ottenuti oltremare, del rispetto di cui erano stati circondati mentre passeggiavano lungo il corso della loro cittadina, e tornarono a scuola da studenti invecchiati, o reclamarono occupazioni che durante la guerra erano state svolte fin troppo bene dalle donne.”

“Insaziabile o insicuro che sia, richiede costanti prove della propria potenza, complicando la vita dell’uomo ed esponendolo a frequenti rifiuti. Sensibile ed elastico, disponibile sia di giorno che di notte grazie a minime lusinghe, il pene aveva svolto il suo compito con decisione, anche se non sempre con abilità, per secoli e secoli, cercando senza sosta, sondando, gonfiandosi, esplorando, penetrando, pulsando, languendo, per poi pretendere altro ancora, senza mai nascondere i propri sconci intenti. E questo ne fa l’organo più sincero dell’uomo.”

“E’ evidente che la mentalità del Watergate, quella delle “liste nere”, è ancora diffusa tra noi; e il repressivo retaggio puritano, che noi di “Playboy” ci siamo trovati a sfidare durante il primo anno di pubblicazione della nostra rivista, continua a essere, come allora, il temibile nemico di una società davvero libera e democratica.”

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cspa a wiesbaden

per tre giorni a wiesbaden partecipiamo a un workshop su cspa, lo standard nato per favorire lo scambio di software tra organizzazioni della statistica ufficiale – presentiamo tra l’altro il progetto di data architecture che coordino quest’anno

più di settanta partecipanti ospitati da destatis, l’istituto statistico tedesco – interessante come al solito confrontarsi con tanti colleghi del mondo, sono presenti 40 nazioni, e lo scambio di esperienze spesso simili è l’unico antidoto ai tanti razzismi che in troppi vanno predicando

wiesbaden è una città tedesca risparmiata dai bombardamenti della guerra e così è possibile visitare strade e piazze rimaste come un secolo fa, quando la nobiltà tedesca veniva alle famose terme locali – il cibo qui è tipicamente tedesco: salsicce, crauti e birra in ogni dove

nei pochi momenti liberi, passeggiate e birrerie danno l’occasione di conoscere storie ed usanze altrui – una sera ad esempio al nostro tavolo si parla spagnolo e si scoprono tante cose sulla statistica nei paesi baschi

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Di seconda virtù

Vedo tutto farsi aria
aria le mani, le dita
aria le carezze
il bosco, il recinto
regni intoccabili
in cui chiudi i pensieri
e ne fai rami appesi
al vento delle soglie.

*

Quale sarà mai l’alfabeto
delle carezze? Cosa possono
sanno dire le mani
aperte o semichiuse
sul diario della carne,
sulla copertina della pelle?

 

(da “Di seconda virtù” di Fabrizio Cavallaro, foto di F. Cavallaro)

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una moglie a parigi

la storia del primo matrimonio di ernest hemingway, raccontato dal punto di vista di hadley, la moglie – il grande scrittore ritratto nei primi difficili anni, quando inizia a farsi conoscere con i primi racconti

interessante per due motivi: prima per la narrazione degli anni ’20 a parigi, la comunità degli scrittori, i grandi stein e scott fitzgerald e quel mondo, dorato e anticonformista, che crea la fama di parigi capitale della letteratura e delle arti e insieme genera altri miti del novecento, come i bagni di mare e la costa azzurra

ma il libro è interessante anche per il racconto della genesi e della morte di un grande amore: per hadley ernest è il primo uomo, ma ben presto lo scrittore attira l’interesse di altre donne e la nascita del figlio accelera una crisi forse inevitabile – anche i tentativi di assorbire il rapporto con la pfeiffer (poi seconda moglie) all’interno della coppia naufragano e hadley decide con dolore di chiudere la relazione

cinque anni vissuti di corsa, tra gli usa, parigi e la spagna delle corride che affascina ernest e la sua piccola corte

“Sapevo che mi stava dicendo la verità, ma sapevo anche che, se fosse stato possibile, avrebbe voluto entrambe lì, Agnes e me, il passato e il presente – entrambe incondizionatamente innamorate – e magari anche le fragole, il vino e il sole e le pietre calde sotto i nostri piedi. Voleva tutto quel che era possibile, e anche di più.”

“La fine si stava avvicinando da mesi, da prima della vacanza a Schruns, ma ora che era arrivata non sapevamo come comportarci. Fu solo il pomeriggio successivo, sul treno per Parigi, che il peso di quel che stava accadendo ci schiacciò. Era una giornata afosa, il caldo era opprimente e il treno traboccava di passeggeri. Condividemmo le cuccette con un’americana che si portava dietro una gabbietta tutta ornata di ghirigori con dentro un canarino giallo.”

“All’epoca chiamavamo Parigi “il gran bel posto”, e lo era. Dopotutto fu una nostra invenzione. La creammo con i nostri desideri e le sigarette e il rum St. James; la creammo con il fumo e la conversazione brillante e spericolata e sfidammo chiunque a negare che fosse nostra. Insieme creammo tutto per poi distruggerlo.”

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… quello che conta è l’appartenenza

“Qui non conta più se uno è bravo o non è bravo, se è pulito o se ha le mani sporche, se è intelligente o è cretino, se sa fare il suo mestiere o è un ignorante della più bell’acqua, ma quello che conta è l’appartenenza: si iddu m’apparteni o non m’apparteni. Se fai parte della casta, della mia tribù, della mia corrente e allora la cosa vale, se invece non ne fai parte non sei nessuno. Fuori fa freddo, però io apro la finestra: pftu, sputo e richiudo, e fuori deve stare, perché quello che conta è l’appartenenza. Il degrado dell’appartenenza è il clientelismo politico”

Mauro Rostagno

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Elizabeth George – serie sull’ispettore Linley

un’altra serie di libri “gialli”: elizabeth george, americana, ambienta a londra e in vari (splendidi) angoli dell’inghilterra una serie di storie basate su due personaggi chiave:

  • l’ispettore linley: nobile discendente da una antica famiglia, bello, affascinante, colto, elegante, dotato di una logica ferrea e di un intuito imbattibile
  • barbara havers: sergente della polizia, collega di linley con cui forma una coppia lavorativa fortissima, anche se lei proviene dal popolo, è sciatta, bruttina (ma con occhi bellissimi) e veste malissimo

intorno a loro colleghi e amici fanno da sfondo a una serie di omicidi e alla loro soluzione – ben scritti, i libri “prendono” come deve fare ogni buon giallo (grazie l. per il suggerimento!)

ho particolarmente apprezzato la descrizione di numerose regioni poco conosciute dell’inghilterra e la capacità di inventare storie non banali che toccano di volta in volta diversi problemi di oggi: razzismo, pedofilia, femminismo, delinquenza minorile, emarginazione, tossicodipendenza, matrimoni misti, …

“È comprensibile che una persona desideri dividere la casa con un compagno, costruire una storia insieme, fare sesso regolarmente e sempre con lo stesso partner. Ma non si può pretendere che questi soli elementi appaghino pienamente un individuo. Ed è per questo, infatti, che a finire con ’E vissero per sempre felici e contenti’ sono i libri scemi mentre in quelli seri, come Anna Karenina, la protagonista si butta sotto il treno. Non dimentichiamo che anche Romeo e Giulietta si suicidano, Lancillotto porta Camelot alla rovina e Madama Butterfly fa harakiri. C’è un motivo per tutto questo e la donna saggia cerca di capire qual è. Vi esorto dunque ad aprire gli occhi, perché il lieto fine esiste solo se ci impegniamo quotidianamente a raggiungere qualcosa”

“Nel Dorset non c’erano soltanto pecore, ma dolci colline, querce dalle foglie primaverili e boschi di pini, castagni e faggi, valli morbide e ampie, campi coltivati, pendii terrazzati e panorami incantevoli.”

” «Mi sento un po’ strano a scavare nelle vite di queste persone».
«Non fa parte del tuo lavoro?»
«Sì. Ma stavolta è molto più triste del solito: amore, perdita, confusione, fraintendimenti.»”

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il manifesto del lavoro ben fatto – the well done work manifesto

IL MANIFESTO DEL LAVORO BEN FATTO (dal blog di vincenzo moretti #lavorobenfatto) (english version below)
1. Qualsiasi lavoro, se lo fai bene, ha senso.
2. Nel lavoro tutto è facile e niente è facile, è questione di applicazione, dove tieni la mano devi tenere la testa, dove tieni la testa devi tenere il cuore.
3. Ciò che va quasi bene, non va bene.
4. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, grazie al lavoro delle donne, degli uomini e delle macchine.
5. Un mondo che sa dare più valore al lavoro e meno valore ai soldi, più valore a ciò che sappiamo e sappiamo fare e meno valore a ciò che abbiamo, è un mondo migliore.
6. Il lavoro è identità, dignità, autonomia, rispetto di sé e degli altri, comunità, sviluppo, futuro.
7. Il lavoro ben fatto non può fare a meno dell’amore per quello che si fa e del piacere di farlo.
8. Il lavoro ben fatto non può fare a meno dei diritti, della dignità, della soddisfazione, del rispetto e del riconoscimento sociale di chi lavora, indipendentemente dal lavoro che fa.
9. Il lavoro ben fatto non può fare a meno dell’etica, della cultura, dell’approccio, del modo di essere e di fare fondati sulla necessità di fare bene le cose a prescindere, in qualunque contesto o situazione.
10. Il lavoro ben fatto non può fare a meno dei doveri di chi lavora, del suo impegno a mettere in campo in ogni momento tutto quello che sa e che sa fare per fare bene il proprio lavoro, come persona e come componente delle strutture delle quali fa parte, con spirito collaborativo, indipendentemente dal lavoro che fa.
11.
 Fare bene le cose è bello.
12.
 Fare bene le cose è giusto.
13.
 Fare bene le cose conviene.
14.
 Il lavoro ben fatto non è soltanto un modo etico, cooperativo, sociale di pensare e di fare le cose.
15. Il lavoro ben fatto è prima di tutto un modo razionale, utile, conveniente di pensare e di fare le cose.
16. Non importa quello che fai, quanti anni hai, di che colore, sesso, lingua, religione sei. Quello che importa, quando fai una cosa, è farla come se dovessi essere il numero uno al mondo. Il numero uno, non il due o il tre. Poi puoi essere pure il penultimo, non importa, la prossima volta andrà meglio, ma questo riguarda il risultato non l’approccio, nell’approccio hai una sola possibilità, cercare di essere il migliore.

17. Lavoro ben fatto è mettere sempre una parte di te in quello che fai.
18. Lavoro ben fatto è il calore che fai quando fai bene qualcosa, qualunque cosa tu faccia, progettare un ponte, pulire una strada, lavare il pavimento del bar dopo che hai abbassato la saracinesca.
19. Lavoro ben fatto è rispetto di sé, visione, fiducia, voglia di non arrendersi.
20. Lavoro ben fatto è soddisfazione, conoscenza, creatività, potenziale, intelligenza, intraprendenza, connessione, autonomia, innovazione, dedizione, professionalità. Delle persone e delle organizzazioni.
21. Lavoro ben fatto è la qualità che fa muovere un Paese, che lo fa ripartire, che lo sostiene nei suoi percorsi di cambiamento e di sviluppo, che non si accontenta dei casi di eccellenza, che si fa norma, che traduce gli obiettivi in risultati.
22. Lavoro ben fatto è intelligenza collettiva, bellezza che diventa ricchezza, cultura che diventa sviluppo, storia che diventa futuro.
23. Cogliere e moltiplicare le opportunità è lavoro ben fatto.
24.  Connettere maestria, creatività e bellezza è lavoro ben fatto.
25. Mettere a valore il sapere e il saper fare delle persone, la conoscenza esplicita e tacita delle organizzazioni, la cultura e la storia delle città e delle comunità è lavoro ben fatto.
26. Investire nella scuola, nella formazione, nella conoscenza, nell’innovazione, nella ricerca scientifica è  lavoro ben fatto.
27. Leggere le relazioni tra le persone e le organizzazioni, e i loro significati, dal punto di vista della conoscenza, è lavoro ben fatto.
28. Riconoscere il valore delle donne e degli uomini che ogni giorno con il proprio lavoro danno più significato alle proprie vite e più futuro al proprio Paese è lavoro ben fatto.

29. Il cambiamento riguarda tutti.

30. Le singole persone, senza le quali il lavoro ben fatto non può diventare modo di essere e di fare, senso comune, missione condivisa.

31. Le organizzazioni, destinate ad avere tanto più futuro quanto più riescono a connettere il fare con il pensare, ad affermare idee e modelli gestionali in grado di tradurre con più efficacia le idee in azioni e gli obiettivi in risultati.

32. Le classi dirigenti a ogni livello, alle quali tocca ricostruire il nesso tra potere, inteso come possibilità di disporre di risorse e di prendere decisioni, e responsabilità, intesa come necessità di operare nell’interesse generale delle istituzioni e dei cittadini che si rappresentano.

33. Non è tempo di piccoli aggiustamenti.
34. A partire dal lavoro e dal suo riconoscimento sociale va ridefinito il background, la tavola di valori, di riferimenti e di interpretazioni condivise necessari alle famiglie, alle comunità, ai paesi, al mondo, per pensare il proprio futuro in maniera più inclusiva e meno ingiusta.
35. Va ripensata la relazione esistente tra la capacità di innovare, di competere e di conquistare spazi di mercato e il riconoscimento sociale del valore del lavoro, la possibilità che chi lavora abbia una vita più ricca e consapevole.
36. Il sapere, il saper fare, l’apprendimento per tutto il corso della vita sono una componente essenziale non solo dei processi di emancipazione delle persone ma anche della capacità di attrarre e di competere delle imprese, delle PA, dei territori dei diversi Paesi.
37. Il lavoro ben fatto è il suo racconto.
38. Il racconto ha origini antiche come le montagne.
39. Ogni cosa che accade è un racconto.
40. Raccontando storie ci prendiamo cura di noi.
41. Connettiamo vite, fatti, eventi.
42. Diamo senso al trascorrere del tempo.
43. Ricostruiamo ciò che è successo a vantaggio del significato.
44. Istituiamo ambienti sensati.
45. Incrementiamo il valore sociale delle organizzazioni e delle comunità con le quali in vario modo interagiamo.
46. Attiviamo processi di innovazione e di cambiamento.
47. È tempo di nuovi Omero, di nuova epica, di nuovi eroi.
48. È tempo di donne e di uomini che ogni mattina mettono i piedi giù dal letto e fanno bene quello che devono fare, a prescindere, perché è così che si fa.
49. È tempo di persone normali.
50. È tempo di fare bene le cose perché è così che si fa.
51. Siamo quelli del lavoro ben fatto e vogliamo cambiare il mondo.
52. Nessuno si senta escluso.

THE WELL DONE WORK MANIFESTO (from the blog #lavorobenfatto)
1. Any work makes sense, if you do it properly.
2. At work everything is easy and nothing is easy. It’s a matter of strong commitment, your head is where your hand is, your heart is where your head is.

3. What is nearly good, it’s not good.
4. Nothing is created nor destroyed but everything is transformed thanks to the hard work of women, men and of the machines.

5. The world is better when able to set a high value on work and on what we know and little value on money and on what we just have.
6. Work is identity, dignity, independence, self-respect and respect for others, community, development, future.
7. A well done work can’t leave the love for what we do and the pleasure to do it out of consideration.
8. A well done work can’t leave rights, dignity, satisfaction, respect and the social recognition of those who work hard out of consideration, regardless of the work they do.
9. A well done work can’t leave ethics, culture, approach, the way of being and of doing based on the need to do things well out of consideration, whatever the circumstances.
10. A well done work can’t leave the duties of those who work out of consideration, their strong commitment to implement in any time all their knowledge in order to do things well, along with their spirit of co-operation, as persons and as members of their respective organizations, regardless of the work they do.
11.
 Doing things well is satisfying.
12.
 Doing things well is fair.
13. Doing things well is worthwhile.
14.
 A well done work is not simply an ethical, cooperative and social way to do and think about things.
15. A well done work is primarily a reasonable, useful, worthwhile way to do and think about things.
16. It doesn’t matter what you do, how old you are, what your color, gender identity, language, religion are. What matters is doing things as if you were world’s number one. Number one. Not number two or number three. Then, as far as the result (not the approach) is concerned, you could also be the penultimate, it doesn’t matter, next time you’ll do better. But in the approach you just have one chance to do things right and to try to be the best.

17. A well done work is putting your heart into what you do.
18. A well done work is your effort of doing something well, anything you do, designing a bridge, cleaning the road or washing the floor of the cafè once you have lowered the shutter.

19. A well done work is self-respect, vision, self-confidence and the determination to never give up.

20. A well done work is satisfaction, knowledge, creativity, potential, intelligence, initiative, dedication, professionalism. Of people and of the organisations.
21. A well done work is the quality that makes move a nation, makes it start again, supports it during its paths of changes and development. It is not just satisfied with the excellence cases, it is the rule and achieves the goals.
22. A well done work is collective intelligence, is beauty turning into an asset, is culture becoming development, is history longing for the future.
23. A well done work is seizing and increasing opportunities.
24. A well done work is connecting skills, creativity and beauty.
25. A well done work is taking advantage of the people’s knowledge and know how, of the explicit and tacit knowledge of the organisations, of the culture and history of the cities and of the communities.
26. A well done work is investing in school and training, in knowledge, in innovation and in scientific research.

27. A well done work is understanding the relationships between people and organisations from the knowledge standpoint.
28. A well done work is acknowledging the women and men value, who give their lives meaning by working and their own nation a future every day.

29. Change concerns anyone.
30. A well done work concerns the single persons since without them no way of being and of doing, common sense and a shared mission are possible.
31. A well done work concerns the organisations which will live longer as long as they manage to connect the know how with the thought and to promote management models and concepts effectively in order to turn ideas into actions and goals into results.


32. A well done work concerns the political class at any level, who is entitled to rebuild the strong relationship between power, considered as possibility to allocate resources and to make decisions, and responsibility, considered as the need to act in the general interest of the institutions and citizens it represents.
33. It is no longer the moment for minor adjustments.

34. Starting from a well done work and its social recognition we must set once again the background, the shared values, reference points and interpretations which are necessary for families, the community, the countries and the whole world to think about the future in a more inclusive and less unfair way.
35. We must reconsider the existing relationship between the capacity to innovate, compete and conquer new market space and the social recognition of the well done work value so that those who work can have a richer and more aware life.
36. Knowledge, know how, education throughout our lives are cornerstones not only in the process of personal emancipation but also in the ability of the enterprises, of the Public Administration and of the different countries to attract and compete at a global level.
37. A well done work is its storytelling.
38. Storytelling is as old as mountains.
39. Anything that happens is a story to tell.
40. Storytelling is a way to take care of ourselves.
41. We connect lives, facts, events.
42. We give meaning to the passing of time.
43. We build once again what happened to learn from it.

44. We build meaningful environments.
45. We increase the social value of the organisations and of the communities we interact with.

46. We activate innovation and change processes.
47. It’s time to have new Homers, new epic legends, new heroes.
48. It’s time to have women and men who get up in the morning and do well what they have to because this is the right way to do things.
49. It’s time to have normal people.
50. It’s time to do things well because this is the right way to do things.
51. We support the well done work and we want to change the world.

52. Noone should feel left out.

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