belgrado con i vietnamiti

questa volta inauguriamo una bella collaborazione tra l’istituto statistico serbo (SORS) e l’istituto statistico vietnamita (GSO) – i due istituti hanno una situazione tecnologica simile e i serbi hanno un ambiente software che manca ai vietnamiti e che sono felici di condividere con altri istituti: così mi sono inventato questa collaborazione

dopo qualche lentezza iniziale (tante le differenze culturali) i due gruppi hanno iniziato a lavorare insieme con entusiasmo – tra un mese andremo in vietnam con un paio di esperti serbi per completare la formazione e la personalizzazione dell’ambiente

in questi giorni, la solita splendida ospitalità serba non ci ha fatto mancare niente: cibo (troppo!) abbondante, rakia a pranzo e un bel giro per belgrado, compresa una bella visita al tramonto alla mia amata fortezza sui due fiumi

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il tempo è un bastardo

romanzo di jennifer egan che ha vinto il pulitzer per la narrativa nel 2011 – un libro dove ogni capitolo parla di un personaggio che è stato introdotto nel capitolo precedente, tutti all’interno di uno small-world come manhattan

new york fa da fil rouge alle diverse storie, molte ambientate tra gli anni ’60 e ieri nel mondo della musica “alternativa”, in quel mondo di giovani dispersi da droghe e sostanze e sogni di rivoluzioni mai incontrate – una scrittura discontinua spezzata che ti porta in alto e ti abbandona d’improvviso in mezzo alla strada

un libro duro, difficile e intrigante, con alcuni dei personaggi che ti restano dentro, come parte di un coro triste nell’ombra

“Susan d’improvviso si era voltata e gli aveva detto: «Facciamo in modo che sia sempre così». E all’epoca i loro pensieri erano talmente intrecciati che Ted aveva capito con esattezza perché l’aveva detto: non perché quel mattino avessero fatto l’amore, né perché a pranzo avessero bevuto una bottiglia di Pouilly-Fuissé, ma perché aveva avvertito il passare del tempo.”

“Era «pulita»: niente piercing, né tatuaggi, né scarificazioni. I ragazzi di oggi erano tutti così. E come dargli torto, pensava Alex, avendo visto tre generazioni di tatuaggi flaccidi afflosciarsi come tappezzeria mangiucchiata dalle tarme su bicipiti svuotati e culi cadenti?”

“Alex chiuse gli occhi e ascoltò: la saracinesca di un negozio che scendeva. Il rauco abbaiare di un cane. Il fragore dei camion sui ponti. La notte vellutata nelle sue orecchie. E la pulsazione, sempre quella pulsazione, che forse in fin dei conti non era un’eco, ma il suono del tempo che passava.”

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40 anni di lavoro!

eh sì, il primo ottobre del 1979 iniziavo la mia carriera lavorativa “ufficiale” ed entravo in istat – era stato il primo concorso che avevo tentato, stavo ancora facendo l’università, mi sarei laureato 3 anni e mezzo dopo

ricordo i primi mesi di lavoro come un super-liceo: formazione in banchi (i vecchi tavoli dei censimenti) messi in ordine alfabetico (tulli – vaccari – venturi), poi i test di informatica e il lungo corso all’ibm a viale oceano pacifico, poi i primi programmi “veri” in cobol con le schede perforate, poi i primi terminali e il censimento della popolazione del 1981 a via ravà, poi i primi data base, poi poi poi

in quaranta anni ho cambiato 4-5 volte lavoro (istat, spi, melograno, istat, unicam, istat), ho cambiato cento volte scrivania e stanza e compagni di stanza, sono passato dalle schede perforate ai terminali ai personal computer alle reti locali alle reti geografiche poi al web e ai big data  – ho lavorato nel pubblico, nel privato, nel privato-religioso, nelle organizzazioni internazionali, come dipendente, consulente e dirigente,  full-time e part-time, su 6 giorni alla settimana e su 5, con firma badge tornelli e senza orario, con tanti grandi amici e con pochi perfetti stronzi

tante volte il lavoro coincide con il ruolo sociale e così è stato in parte anche per me – ho sempre cercato di essere identificato non solo per il lavoro, ma forse per qualche anno non ci sono riuscito

ecco, oggi voglio festeggiare questi 40 anni, voglio cogliere l’occasione per ripensare ai molti anni di lavoro e ai 2-3 anni che rimangono prima della pensione: auguri!

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questo pane che spezzo / this bread i break

Questo pane che spezzo

Questo pane che spezzo fu un tempo l’avena,
Questo vino su un albero straniero
Era immerso nel suo frutto;
L’uomo di giorno o il vento a notte
Umiliò le messi, spezzò la gioia dell’uva.

Quando in questo vino il sangue dell’estate
Batteva nella polpa che ornava la vite,
Quando in questo pane
L’avena era allegra nel vento;
L’uomo spezzò il sole, demolì il vento.

Questa carne che spezzi, questo sangue a cui lasci
Devastare la vena,
Erano uva e avena
Frutto sensuale di linfa e radice;
Il mio vino tu bevi, il mio pane tu addenti.

 

This bread I break

This bread I break was once the oat,
This wine upon a foreign tree
Plunged in its fruit;
Man in the day or wind at night
Laid the crops low, broke the grape’s joy.

Once in this wine the summer blood
Knocked in the flesh that decked the vine,
Once in this bread
The oat was merry in the wind;
Man broke the sun, pulled the wind down.

This flesh you break, this blood you let
Make desolation in the vein,
Were oat and grape
Born of the sensual root and sap;
My wine you drink, my bread you snap.

 

(Dylan Thomas)

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cammino 2 2019 – da sessa aurunca a teano (e a roma)

ieri sera a sessa aurunca ottima cena da nicola, però il paese è stata una delusione assoluta: i bellissimi monumenti tutti chiusi e non visitabili, automobili dappertutto e una città sporca (direi come roma!) – che differenza con fondi, che poi sta a pochi km da qui, e invece gestisce e presenta la sua bellezza senza problemi

davvero un peccato per una cittadina che mi dicono essere stata, fino a qualche anno fa, meta di successo per un turismo soprattutto straniero … cosa è successo? perché i locali non si ribellano? – altra riflessione interessante: il gestore del b&b dove ho dormito si è messo a chiacchierare con me e mi ha raccontato pensieri e sogni suoi come se ci conoscessimo da anni! miracolo del viaggiare da solo, che ti fa diventare orecchio e confessore per le persone che incontri …

oggi ultima tappa fino a Teano: si attraversa il bordo del vulcano spento di roccamonfina, in mezzo a boschi di castagni e paesini isolati – bello un tratto di strada romana, la via adriana che collegava la via appia con la valle dove ora passa la a1

e anche questo cammino è passato, lasciando una scia di ricordi e sensazioni: continuo a pensare che sia un modo bellissimo di viaggiare e conoscere luoghi e culture, “immersi” in posti che spesso attraversiamo ad alta velocità senza vedere

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cammino 2 2019 – da minturno a sessa aurunca

ieri sera ceno in albergo con un gruppo di operai edili che stanno facendo lì qualche lavoro: menù fisso e via! – la notte piove e la mattina parto con le nuvole e con tutto bagnato per terra, a partire dal ponte borbonico sul fiume

oggi la francigena attraversa tutta la piana del garigliano, una zona piena di acqua, di canali e di coltivazioni di ogni tipo di frutta e verdura

appena attraversata la domiziana una signora over 50 sta lavorando seduta nella sua macchina a bordo strada con la portiera aperta – segue dialogo

c “buongiorno”

s “buongiorno, perché cammini? dove vai?”

c “mi piace, è la mia vacanza, oggi arrivo a sessa”

s “ah ti piace … vabbè …”

c “sì, buona giornata”

s “buongiorno a te”

(ormai ho passato la macchina … un dubbio tardivo)

s “ma tu non scopi?”

c “scopo scopo”

s “e perché non vieni qui?!”

c ” no grazie” … fantastica!

la strada poi inizia a salire le colline che contornano il vulcano spento di roccamonfina dove incontro molte vigne – finalmente al paesino di cupa trovo la prima fontanella della giornata e mi ci tuffo

chiamo anche il b&b per preannunciare l’arrivo – dopo un’ultima oretta di cammino arrivo a sessa, due chiacchiere col gestore (emiliano), lavatrice e doccia!

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cammino 2 2019 – da fondi a minturno

giornata di cammino tutta marina: si parte dall’affollato lungomare di formia e si scende verso sud – dopo un tratto molto antropizzato, si passa in un angolo di natura: l’area protetta di gianola e monte scauri

dopo un bel tratto in bosco si arriva ad una vecchia peschiera, oggi rinominata “porticciolo romano” in una baietta deserta con vista su gaeta – dopo una sosta salgo sul sentiero sul piccolo promontorio senza costruzioni, in mezzo a scogli bucherellati e natura selvaggia

sempre in mezzo a una vegetazione mediterranea molto fitta scendo poi sull’estremità nord della spiaggia di scauri dove mi rinfresco a una provvidenziale fontanella – e lì, guardando la lunga spiaggia davanti a me, decido di fare qualche passo a piedi nudi nell’acqua

bellissima sensazione, i piedi ringraziano la libertà dalle pur comodissime scarpe (quest’anno uso “la sportiva”, ottime!) – ci prendo gusto e dopo un poco decido di andare avanti sul bagnasciuga e mi faccio tutti i 4-5 km della spiaggia di scauri con i piedi a mollo

stancante camminare sulla sabbia con lo zaino, ma bellissimo! – dopo scauri si passa sul litorale di minturno, dove però purtroppo il mare è chiuso e tutto privatizzato da decine di cancelli: orribile

in fondo di arriva alla foce del garigliano, dove resto incantato a guardare i pescatori nelle onde generate dall’incrocio delle correnti – ultimo tratto sotto il sole caldo fino ad arrivare agli scavi di minturno antica su cui danno le finestre del mio albergo: una vista incredibile

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