Elizabeth George – serie sull’ispettore Linley

un’altra serie di libri “gialli”: elizabeth george, americana, ambienta a londra e in vari (splendidi) angoli dell’inghilterra una serie di storie basate su due personaggi chiave:

  • l’ispettore linley: nobile discendente da una antica famiglia, bello, affascinante, colto, elegante, dotato di una logica ferrea e di un intuito imbattibile
  • barbara havers: sergente della polizia, collega di linley con cui forma una coppia lavorativa fortissima, anche se lei proviene dal popolo, è sciatta, bruttina (ma con occhi bellissimi) e veste malissimo

intorno a loro colleghi e amici fanno da sfondo a una serie di omicidi e alla loro soluzione – ben scritti, i libri “prendono” come deve fare ogni buon giallo (grazie l. per il suggerimento!)

ho particolarmente apprezzato la descrizione di numerose regioni poco conosciute dell’inghilterra e la capacità di inventare storie non banali che toccano di volta in volta diversi problemi di oggi: razzismo, pedofilia, femminismo, delinquenza minorile, emarginazione, tossicodipendenza, matrimoni misti, …

“È comprensibile che una persona desideri dividere la casa con un compagno, costruire una storia insieme, fare sesso regolarmente e sempre con lo stesso partner. Ma non si può pretendere che questi soli elementi appaghino pienamente un individuo. Ed è per questo, infatti, che a finire con ’E vissero per sempre felici e contenti’ sono i libri scemi mentre in quelli seri, come Anna Karenina, la protagonista si butta sotto il treno. Non dimentichiamo che anche Romeo e Giulietta si suicidano, Lancillotto porta Camelot alla rovina e Madama Butterfly fa harakiri. C’è un motivo per tutto questo e la donna saggia cerca di capire qual è. Vi esorto dunque ad aprire gli occhi, perché il lieto fine esiste solo se ci impegniamo quotidianamente a raggiungere qualcosa”

“Nel Dorset non c’erano soltanto pecore, ma dolci colline, querce dalle foglie primaverili e boschi di pini, castagni e faggi, valli morbide e ampie, campi coltivati, pendii terrazzati e panorami incantevoli.”

” «Mi sento un po’ strano a scavare nelle vite di queste persone».
«Non fa parte del tuo lavoro?»
«Sì. Ma stavolta è molto più triste del solito: amore, perdita, confusione, fraintendimenti.»”

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il manifesto del lavoro ben fatto – the well done work manifesto

IL MANIFESTO DEL LAVORO BEN FATTO (dal blog di vincenzo moretti #lavorobenfatto) (english version below)
1. Qualsiasi lavoro, se lo fai bene, ha senso.
2. Nel lavoro tutto è facile e niente è facile, è questione di applicazione, dove tieni la mano devi tenere la testa, dove tieni la testa devi tenere il cuore.
3. Ciò che va quasi bene, non va bene.
4. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, grazie al lavoro delle donne, degli uomini e delle macchine.
5. Un mondo che sa dare più valore al lavoro e meno valore ai soldi, più valore a ciò che sappiamo e sappiamo fare e meno valore a ciò che abbiamo, è un mondo migliore.
6. Il lavoro è identità, dignità, autonomia, rispetto di sé e degli altri, comunità, sviluppo, futuro.
7. Il lavoro ben fatto non può fare a meno dell’amore per quello che si fa e del piacere di farlo.
8. Il lavoro ben fatto non può fare a meno dei diritti, della dignità, della soddisfazione, del rispetto e del riconoscimento sociale di chi lavora, indipendentemente dal lavoro che fa.
9. Il lavoro ben fatto non può fare a meno dell’etica, della cultura, dell’approccio, del modo di essere e di fare fondati sulla necessità di fare bene le cose a prescindere, in qualunque contesto o situazione.
10. Il lavoro ben fatto non può fare a meno dei doveri di chi lavora, del suo impegno a mettere in campo in ogni momento tutto quello che sa e che sa fare per fare bene il proprio lavoro, come persona e come componente delle strutture delle quali fa parte, con spirito collaborativo, indipendentemente dal lavoro che fa.
11.
 Fare bene le cose è bello.
12.
 Fare bene le cose è giusto.
13.
 Fare bene le cose conviene.
14.
 Il lavoro ben fatto non è soltanto un modo etico, cooperativo, sociale di pensare e di fare le cose.
15. Il lavoro ben fatto è prima di tutto un modo razionale, utile, conveniente di pensare e di fare le cose.
16. Non importa quello che fai, quanti anni hai, di che colore, sesso, lingua, religione sei. Quello che importa, quando fai una cosa, è farla come se dovessi essere il numero uno al mondo. Il numero uno, non il due o il tre. Poi puoi essere pure il penultimo, non importa, la prossima volta andrà meglio, ma questo riguarda il risultato non l’approccio, nell’approccio hai una sola possibilità, cercare di essere il migliore.

17. Lavoro ben fatto è mettere sempre una parte di te in quello che fai.
18. Lavoro ben fatto è il calore che fai quando fai bene qualcosa, qualunque cosa tu faccia, progettare un ponte, pulire una strada, lavare il pavimento del bar dopo che hai abbassato la saracinesca.
19. Lavoro ben fatto è rispetto di sé, visione, fiducia, voglia di non arrendersi.
20. Lavoro ben fatto è soddisfazione, conoscenza, creatività, potenziale, intelligenza, intraprendenza, connessione, autonomia, innovazione, dedizione, professionalità. Delle persone e delle organizzazioni.
21. Lavoro ben fatto è la qualità che fa muovere un Paese, che lo fa ripartire, che lo sostiene nei suoi percorsi di cambiamento e di sviluppo, che non si accontenta dei casi di eccellenza, che si fa norma, che traduce gli obiettivi in risultati.
22. Lavoro ben fatto è intelligenza collettiva, bellezza che diventa ricchezza, cultura che diventa sviluppo, storia che diventa futuro.
23. Cogliere e moltiplicare le opportunità è lavoro ben fatto.
24.  Connettere maestria, creatività e bellezza è lavoro ben fatto.
25. Mettere a valore il sapere e il saper fare delle persone, la conoscenza esplicita e tacita delle organizzazioni, la cultura e la storia delle città e delle comunità è lavoro ben fatto.
26. Investire nella scuola, nella formazione, nella conoscenza, nell’innovazione, nella ricerca scientifica è  lavoro ben fatto.
27. Leggere le relazioni tra le persone e le organizzazioni, e i loro significati, dal punto di vista della conoscenza, è lavoro ben fatto.
28. Riconoscere il valore delle donne e degli uomini che ogni giorno con il proprio lavoro danno più significato alle proprie vite e più futuro al proprio Paese è lavoro ben fatto.

29. Il cambiamento riguarda tutti.

30. Le singole persone, senza le quali il lavoro ben fatto non può diventare modo di essere e di fare, senso comune, missione condivisa.

31. Le organizzazioni, destinate ad avere tanto più futuro quanto più riescono a connettere il fare con il pensare, ad affermare idee e modelli gestionali in grado di tradurre con più efficacia le idee in azioni e gli obiettivi in risultati.

32. Le classi dirigenti a ogni livello, alle quali tocca ricostruire il nesso tra potere, inteso come possibilità di disporre di risorse e di prendere decisioni, e responsabilità, intesa come necessità di operare nell’interesse generale delle istituzioni e dei cittadini che si rappresentano.

33. Non è tempo di piccoli aggiustamenti.
34. A partire dal lavoro e dal suo riconoscimento sociale va ridefinito il background, la tavola di valori, di riferimenti e di interpretazioni condivise necessari alle famiglie, alle comunità, ai paesi, al mondo, per pensare il proprio futuro in maniera più inclusiva e meno ingiusta.
35. Va ripensata la relazione esistente tra la capacità di innovare, di competere e di conquistare spazi di mercato e il riconoscimento sociale del valore del lavoro, la possibilità che chi lavora abbia una vita più ricca e consapevole.
36. Il sapere, il saper fare, l’apprendimento per tutto il corso della vita sono una componente essenziale non solo dei processi di emancipazione delle persone ma anche della capacità di attrarre e di competere delle imprese, delle PA, dei territori dei diversi Paesi.
37. Il lavoro ben fatto è il suo racconto.
38. Il racconto ha origini antiche come le montagne.
39. Ogni cosa che accade è un racconto.
40. Raccontando storie ci prendiamo cura di noi.
41. Connettiamo vite, fatti, eventi.
42. Diamo senso al trascorrere del tempo.
43. Ricostruiamo ciò che è successo a vantaggio del significato.
44. Istituiamo ambienti sensati.
45. Incrementiamo il valore sociale delle organizzazioni e delle comunità con le quali in vario modo interagiamo.
46. Attiviamo processi di innovazione e di cambiamento.
47. È tempo di nuovi Omero, di nuova epica, di nuovi eroi.
48. È tempo di donne e di uomini che ogni mattina mettono i piedi giù dal letto e fanno bene quello che devono fare, a prescindere, perché è così che si fa.
49. È tempo di persone normali.
50. È tempo di fare bene le cose perché è così che si fa.
51. Siamo quelli del lavoro ben fatto e vogliamo cambiare il mondo.
52. Nessuno si senta escluso.

THE WELL DONE WORK MANIFESTO (from the blog #lavorobenfatto)
1. Any work makes sense, if you do it properly.
2. At work everything is easy and nothing is easy. It’s a matter of strong commitment, your head is where your hand is, your heart is where your head is.

3. What is nearly good, it’s not good.
4. Nothing is created nor destroyed but everything is transformed thanks to the hard work of women, men and of the machines.

5. The world is better when able to set a high value on work and on what we know and little value on money and on what we just have.
6. Work is identity, dignity, independence, self-respect and respect for others, community, development, future.
7. A well done work can’t leave the love for what we do and the pleasure to do it out of consideration.
8. A well done work can’t leave rights, dignity, satisfaction, respect and the social recognition of those who work hard out of consideration, regardless of the work they do.
9. A well done work can’t leave ethics, culture, approach, the way of being and of doing based on the need to do things well out of consideration, whatever the circumstances.
10. A well done work can’t leave the duties of those who work out of consideration, their strong commitment to implement in any time all their knowledge in order to do things well, along with their spirit of co-operation, as persons and as members of their respective organizations, regardless of the work they do.
11.
 Doing things well is satisfying.
12.
 Doing things well is fair.
13. Doing things well is worthwhile.
14.
 A well done work is not simply an ethical, cooperative and social way to do and think about things.
15. A well done work is primarily a reasonable, useful, worthwhile way to do and think about things.
16. It doesn’t matter what you do, how old you are, what your color, gender identity, language, religion are. What matters is doing things as if you were world’s number one. Number one. Not number two or number three. Then, as far as the result (not the approach) is concerned, you could also be the penultimate, it doesn’t matter, next time you’ll do better. But in the approach you just have one chance to do things right and to try to be the best.

17. A well done work is putting your heart into what you do.
18. A well done work is your effort of doing something well, anything you do, designing a bridge, cleaning the road or washing the floor of the cafè once you have lowered the shutter.

19. A well done work is self-respect, vision, self-confidence and the determination to never give up.

20. A well done work is satisfaction, knowledge, creativity, potential, intelligence, initiative, dedication, professionalism. Of people and of the organisations.
21. A well done work is the quality that makes move a nation, makes it start again, supports it during its paths of changes and development. It is not just satisfied with the excellence cases, it is the rule and achieves the goals.
22. A well done work is collective intelligence, is beauty turning into an asset, is culture becoming development, is history longing for the future.
23. A well done work is seizing and increasing opportunities.
24. A well done work is connecting skills, creativity and beauty.
25. A well done work is taking advantage of the people’s knowledge and know how, of the explicit and tacit knowledge of the organisations, of the culture and history of the cities and of the communities.
26. A well done work is investing in school and training, in knowledge, in innovation and in scientific research.

27. A well done work is understanding the relationships between people and organisations from the knowledge standpoint.
28. A well done work is acknowledging the women and men value, who give their lives meaning by working and their own nation a future every day.

29. Change concerns anyone.
30. A well done work concerns the single persons since without them no way of being and of doing, common sense and a shared mission are possible.
31. A well done work concerns the organisations which will live longer as long as they manage to connect the know how with the thought and to promote management models and concepts effectively in order to turn ideas into actions and goals into results.


32. A well done work concerns the political class at any level, who is entitled to rebuild the strong relationship between power, considered as possibility to allocate resources and to make decisions, and responsibility, considered as the need to act in the general interest of the institutions and citizens it represents.
33. It is no longer the moment for minor adjustments.

34. Starting from a well done work and its social recognition we must set once again the background, the shared values, reference points and interpretations which are necessary for families, the community, the countries and the whole world to think about the future in a more inclusive and less unfair way.
35. We must reconsider the existing relationship between the capacity to innovate, compete and conquer new market space and the social recognition of the well done work value so that those who work can have a richer and more aware life.
36. Knowledge, know how, education throughout our lives are cornerstones not only in the process of personal emancipation but also in the ability of the enterprises, of the Public Administration and of the different countries to attract and compete at a global level.
37. A well done work is its storytelling.
38. Storytelling is as old as mountains.
39. Anything that happens is a story to tell.
40. Storytelling is a way to take care of ourselves.
41. We connect lives, facts, events.
42. We give meaning to the passing of time.
43. We build once again what happened to learn from it.

44. We build meaningful environments.
45. We increase the social value of the organisations and of the communities we interact with.

46. We activate innovation and change processes.
47. It’s time to have new Homers, new epic legends, new heroes.
48. It’s time to have women and men who get up in the morning and do well what they have to because this is the right way to do things.
49. It’s time to have normal people.
50. It’s time to do things well because this is the right way to do things.
51. We support the well done work and we want to change the world.

52. Noone should feel left out.

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sofia si veste sempre di nero

libro giovanile di paolo cognetti: una serie di capitoli, slegati l’uno dall’altro come tante cartoline diverse, descrive la vita della giovane sofia, dalla famiglia d’origine negli anni settanta ai primi anni del nuovo millennio – l’autore lo ha definito un “romanzo di racconti”

scrittura asciutta e nervosa, tante voci narranti raccontano sofia, tentando invano di chiuderla in schemi – il libro resta sospeso, facendo riflettere su come sia difficile capire davvero una persona e ancora più raccontarla, con un libro o con un film

interessante il racconto dei diversi anni e dei diversi luoghi, stereotipato (non vissuto? conosciuto solo dai libri?) il racconto della fabbrica degli anni settanta e ottanta – la fuggente sofia, anche se risponde troppo ai cliché delle donne maledette, rimane nel cuore del lettore

“Sarebbe stata la notte se Manhattan era il giorno, la femmina se Manhattan era il maschio, e delle mille luci di New York sarebbe rimasto soltanto un miraggio, il riflesso tremolante nell’acqua.”

“Roberto si era ormai rassegnato a pensare che fosse quello, l’amore degli adulti: un esercizio di indulgenza e tolleranza, abituarsi ai difetti di un’altra persona e infliggerle i propri, caricarsi sulla schiena il fardello della sua infelicità.”

“Questa casa è imburrata e infarinata; è imbottita, ovattata, trapuntata, è un nido intessuto di paglia e di piume; è una casa a tenuta stagna, corazzata col piombo e sigillata col silicone: niente del bene che contiene può disperdersi, niente del male che c’è fuori può insinuarsi al suo interno.”

“Ma sono amici maschi e hanno un legame fondato sul fare più che sul parlare: hanno bisogno di prestare soldi, prendersi cura del figlio dell’altro, saltare in macchina e correre da qualche parte per dimostrare il proprio affetto. I problemi senza soluzione, quelli che richiedono solo la pazienza di stare lì ad ascoltare, rientrano nelle specialità femminili, e Rossana a un certo punto se li è presi sulle spalle.”

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ankora ricordi

la ragazza timida che dopo 5 ore di slide, siti web, domande e spiegazioni sui metadati, mentre ti accompagna all’uscita ti dice ”quei documenti li avevo letti, ma non li avevo davvero capiti … grazie!”

colleghi istat e mef con cui passi le serate insieme bevendo e parlando di stupidaggini e massimi sistemi, proprio da vecchi amici, anche se con molti di loro non avevamo mai scambiato neanche due chiacchiere

leggere nei ragazzi (ma soprattutto nelle ragazze) la forza del popolo turco che mantiene la sua fiducia nel futuro fregandosene di manovre, golpe ed epurazioni

restare indeciso tra il rispetto assoluto delle tradizioni altrui (qui siamo in ramadan) e la tentazione di chiedere un mondo libero da qualunque condizionamento religioso

trovarsi bene ad ankara, come in tante parti del mondo, tentare di capire fino in fondo i problemi dei colleghi e cercare insieme a loro le soluzioni, gustarsi le caratteristiche locali (cibo, lingua, usanze), senza perdere mai il piacere di tornare a casa

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giorgiana masi

ho incrociato concetto vecchio casualmente a una presentazione del libro su giorgiana a casetta rossa – incuriosito ho orecchiato qualcosa della discussione e ho comprato il libro

la mia prima reazione è stata di una strana rabbia: perché nessuno della mia generazione, della generazione di giorgiana, ha scritto un libro su di lei? perché abbiamo dovuto aspettare che lo scrivesse qualcuno che all’epoca aveva sei anni?

il libro mette insieme molte notizie e qualche intervista, il quadro che ne esce è molto più chiaro, ma non sufficiente a diradare completamente la nebbia che da sempre avvolge il delitto – il ’77 viene raccontato da qualcuno che non c’era e le memorie di una generazione sono viste con gli occhi dei radicali o dei democristiani o degli autonomi (intervistato il “duro” miliucci di via dei volsci) e ne viene fuori un quadro distorto, che non coglie la ricchezza e la diversità del movimento, in fondo raccontato da chi lo ha affossato: repressione e autonomi

la parte di inchiesta è comunque interessante e la documentazione tanta, un buon lavoro – chissà se mai sapremo la verità …

 “[Giorgiana] adesso sarebbe madre, nonna, probabilmente guarderebbe con una punta di nostalgia a quel suo lontano impegno giovanile a sinistra: da femminista si era battuta per l’apertura di un consultorio, la domenica distribuiva Lotta Continua, partecipava alle occupazioni del liceo.”

“Giorgiana sta fuggendo da una carica delle forze dell’ordine (sic!) sul ponte Garibaldi a Roma quando cade ammazzata. Ma cosa succede esattamente su quel ponte, e soprattutto: perché succede? Nonostante l’omicidio avvenga in un luogo affollato da centinaia di persone, nessuno ha visto niente. Come è stato possibile?”

“Se la rivoluzione d’ottobre
fosse stata di maggio
se tu vivessi ancora
se io non fossi impotente di fronte al tuo assassinio …”

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nessuno si salva da solo

delia e gaetano si sono separati da qualche tempo, si vedono a cena al ristorante – la cena è l’occasione di mille flashback che raccontano le origini e la fine del loro rapporto

una sorta di autopsia di un rapporto, con le mille cattiverie che si sono fatti e che hanno cancellato la bellezza dei primi tempi – l’amore per i figli non basta a motivare la convivenza, anzi le divergenze sui figli influenzano negativamente il rapporto

tutti e due si chiedono dove fossero le ragioni della coppia, ma le troppe frustrazioni di anni senza amore chiudono ogni strada – tristezza, recriminazioni, astio fanno alla fine diventare la separazione un evento positivo

il libro sembra un po’ tirato via, la storia è stiracchiata e non coinvolge troppo, i protagonisti sono descritti svogliatamente – le classiche cattiverie che si scambiano le coppie in crisi, alcune descritte con precisione, non sono sufficienti a rendere valido il libro

“Tutte le coppie che si lasciano s’infilano nello stesso buco, ripetono lo stesso giro nel castello degli orrori. No, non bisognerebbe arrivare dove sono arrivati loro. Stasera lo sa. Le persone dovrebbero lasciarsi prima di arrivare a quel punto. Dove sono arrivati loro. Perché poi ti resta addosso troppo male.”

“Una creatura all’avanguardia, intrisa di dolori contemporanei, ma con un cuore calmo da qualche parte sotto i suoi pullover larghi.”

“Avrebbero potuto accettare serenamente la disfatta, come buona parte delle coppie sposate, diluirla nel tempo come il mutuo per la casa. Fino ad abituarsi alle pareti crepate, alle fessure dove fuggire di tanto in tanto.”

 

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grecia 2017 – mappa e foto

rientrati tutti ok, allego qui la mappa del viaggio (vi risparmio le tratte Roma – Benevento – Bari dell’andata e il Bari – Napoli – Roma del ritorno) e il link alle foto

tra le diverse foto ho trovato un video, la cui registrazione mi è partita per sbaglio: il video è ovviamente inguardabile, ma si sentono le nostre voci che chiacchierano e cazzeggiano mentre stiamo per sporgerci a strapiombo sulla spiaggia del relitto – che bello sentire come ridiamo e scherziamo con voci rilassate e complici … questi viaggi sono proprio una medicina per l’anima!

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